Accessori per cavatappi

Il commendator Mambretti è il padrone di una fabbrica di accessori per cavatappi a Carpi, in provincia di Modena.
Egli possiede trenta automobili e trenta capelli.
— Quante automobili, — dice la gente.
— Che pochi capelli, — sospira il commendator Mambretti.
Non si sa perché: in fin dei conti, trenta è uguale a trenta, no?
Gianni Rodari – Novelle fatte a macchina – L’automobile, il violino e il tram da corsa

Gli occhi di un bambino che ascoltano una favola si aprono, la bocca si spalanca, l’immaginazione cavalca le parole di chi narra, percorrendo sentieri magici e misteriosi.
Quando ero piccola adoravo ascoltare le favole e le fiabe lette da grandi libri rilegati, con tante figure. Anche prima di saper leggere sfogliavo quegli stessi libri, ripercorrendo nella memoria le parole lette così tante volte dai miei, creando la storia dietro a ogni immagine. Era dolce ed emozionante sentirsi trasportare in luoghi magici, pieni di creature fantastiche, orchi, fate, sacchi pieni di monete, fagioli miracolosi, nasi che si allungano, facce bitorzolute, lunghe chiome, dita che si pungono su un fuso.
C’era un libro intitolato “Fiabe della buonanotte”, che aveva un volume numero uno e un volume numero due, c’erano i fratelli Grimm, c’erano i racconti di Gianni Rodari. E poi c’erano le favole di mio padre. Non c’era cosa che amassi di più che chiedergli: “Papà mi racconti una storia?”. Vedevo il suo sguardo addensarsi, come se andasse subito alla ricerca del materiale con cui nutrire i miei sogni, e mi infilavo sotto le coperte, con un’emozione mista di anticipazione, gioia, timore. I suoi racconti non erano spaventosi come quelli dei libri, ma non sapevo mai cosa aspettarmi. Non sempre riuscivo a sentire la fine della storia che raccontava, spesso il sonno vinceva le mie resistenze, e se arrivavo fino in fondo era perchè volevo sentirne ancora, volevo che non finissero mai, le sue storie.
Una sera eravamo ad Arona, in quella camera col lettone e i lettini – mio e di mia sorella – vicini alla parete, lettini che mi avevano sempre fatto un po’ di paura. Quanto avrei voluto andare a dormire sotto le coperte con il mio papà!! Avevo paura del buio e nel buio immaginavo ogni genere di mostro, con la faccia rossa infuocata, i baffi neri, lo sguardo maligno e le mani affilate come lame. Per anni mi sono vergognata di tirarmi le coperte fin sopra la testa per potermi riparare: mi coprivo anche i capelli, e lasciavo un minuscolo spiraglio solo per il naso, respirando a fatica. Era più forte di me, provavo a convincermi che non ci fosse nulla nell’oscurità, ma la mia immaginazione era irrefrenabile. Le favole mi aiutavano a circondarmi di un mondo magico in cui potessi tranquillizzarmi,e finalmente dormire.
Quella sera ad Arona non avevo voglia di una storia dei libri, e avevo fatto a mio padre la fatidica domanda, a cui aveva risposto si. Ricordo poco di quello che mi raccontò quella volta, e proverò qui a narrare quella storia con la mia fantasia, sperando che qualche bocca si schiuda in quella espressione di stupore  che avevo io mentre mio padre parlava, che si fa quando si guarda un equilibrista fare le sue acrobazie.

 

Il paesino era inerpicato sulla collina, percorso da due strade che si incrociavano. Case basse, dall’aspetto rustico, finestre con i gerani sui davanzali,  nanetti barbuti nei giardini, camini fumanti durante l’inverno e profumi di torte in estate. La vita era molto semplice, ed era facile avere il cuore leggero guardando le montagne intorno, i prati, le mucche al pascolo, gli uccelli liberi in volo. Alle cinque del mattino l’aria si riempiva del profumo del pane, la luce della bottega illuminava in solitaria la notte stellata. E al sorgere del sole il lattaio faceva il giro delle case ancora silenziose per depositare sugli usci il nettare bianco fresco di mungitura. I bimbi aprivano gli occhi e scrollavano di dosso le coperte,a piedi nudi correvano in cucina per bere il latte caldo, e inzupparci dentro tanti biscotti, finchè riuscivano a mangiarne. Le mamme guardavano il cielo azzurro dalla finestra e toglievano dal forno vassoi di dolci a forma di stella e profumati di vaniglia. I gatti acciambellati sui gradini degli usci si stiracchiavano prima di riprendere le loro camminate sui tetti e nei campi, il gallo si lanciava in un assolo degno di un artista teatrale, col petto rigonfio del suo canto, investito del ruolo onorevole di dichiarare finalmente iniziata la giornata.

Laura aveva sei anni e la mattina prima di andare a scuola leggeva. Se aveva iniziato una storia di pirati, non vedeva l’ora di ritrovare quegli uomini barbuti e bisbetici e di seguirli nelle loro avventure, per mare, in giungle folte e piene di insidie, nella ricerca costante di un tesoro che sembrava tanto immenso quanto irraggiungibile. Se stava leggendo di fagioli magici, non vedeva l’ora che da quei semi piantati nel terreno crescessero piante giganti, che si inerpicavano fino al cielo, e immaginava la faticosa salita sulla pianta e la meraviglia di un mondo tra le nuvole. I suoi preferiti erano i racconti in cui aveva un po’ di paura. Quelli in cui qualcuno subiva un torto ingiustamente e soffriva. Laura aveva già imparato, solo sentendolo dentro di sè, che ogni cosa che si proietta nel mondo torna indietro centuplicata, ogni atto di bontà ci investe con la sua potenza salvifica, e ogni atto di cattiveria ci spinge sempre più in basso nell’odio di noi stessi. In quelle storie sapeva che prima o poi tutto si sarebbe capovolto, che un’accusa ingiusta sarebbe stata svelata, che il torto sarebbe stato riparato.
Laura leggeva la mattina, sotto le coperte, prendeva il libro dal comodino e sistemava il cuscino morbido dietro la testa. Bastavano due gesti, ed era pronta per le nuove avventure. Laura leggeva anche la sera prima di dormire, e l’attimo in cui si addormentava ancora con la sua storia tra le mani era dolce, perchè realtà e sogno si confondevano in una illusione senza fine.
Durante il giorno c’erano tante cose da fare, bisognava andare a scuola, poi fare i compiti, aiutare la mamma nelle faccende di casa, badare alla sorella più piccola; tutto la distraeva dalle sue storie, tutto la allontanava dal suo mondo immaginario di pirati e fagioli magici. Un paio di volte Laura si era ammalata, e aveva potuto rimanere a letto tutto il giorno; ne aveva approfittato per leggere molto più del solito, e anche se non stava bene, la lettura le permetteva di sentirsi meno stanca e sola. Le erano piaciuti quei giorni passati a sognare, a letteralmente divorare le pagine davanti ai suoi occhi. Se avesse potuto, avrebbe continuato per sempre.
Laura adorava scrivere. C’erano alcune cose che la rendevano molto felice e le piaceva scrivere di quelle. Le piacevano le rondini, gli scoiattoli, le volpi, tutti gli animali del bosco. Le piacevano anche le aquile, nonostante fossero rapaci, che mangiano i poveri coniglietti strappandoli alle loro mamme;eppure le piaceva il loro modo maestoso ed elegante di spianare le ali e volare, in alto. La maestra di scuola una volta aveva assegnato un tema in classe dal titolo: Il mio animale preferito. E Laura era stata a lungo indecisa. Per diverso tempo aveva pensato di scrivere del pinguino, con il suo panciotto bianco e il becco nero, con quell’andamento buffo su terra e velocissimo e agile in mare. Poi però aveva deciso di scrivere di un animaletto che aveva visto da vicino, nel bosco. Lei e suo padre una volta avevano trovato uno scoiattolo e lo avevano preso, lo avevano messo in una gabbietta e lo avevano portato a casa. Lo scoiattolo era ferito a una zampa, e per un paio di giorni lei e suo padre lo avevano curato e nutrito. Poi lo scoiattolo aveva cominciato a ferirsi il naso battendo contro la gabbietta:era stato chiaro che era il momento di riaccompagnarlo nel bosco. Quando lo aveva visto salire su un albero vicino a grandi balzi, Laura aveva pianto, ma era stata anche felice perchè sapeva che il bosco era la casa dello scoiattolo, e non una gabbia troppo piccola. E quindi era lo scoiattolo il suo animale preferito. Nel suo tema lo aveva descritto come un esserino agile e spericolato, che amava lanciarsi di ramo in ramo, che costruiva altalene su ogni albero, che sgranocchiava allegramente le noci raccolte e ne faceva scorta nella sua tana. Quando lo scoiattolo ferito era rimasto  con lei per qualche giorno, avrebbe voluto abbracciarlo e accarezzarlo come faceva coi gatti di casa, ma il piccolino era troppo selvatico e non si lasciava avvicinare. Lo immaginava di una morbidezza incredibile.
Spesso alla fine delle passeggiate nel bosco, quando il sole calava e cominciava a farsi buio, le era capitato di vedere le lucciole. Aveva faticato a capire cosa fossero e come facessero a illuminarsi a intermittenza, poi suo padre ne aveva presa in mano una,l’aveva chiusa tra un palmo e l’altro, e Laura aveva visto che era un piccolo insetto con la coda luminosa. Era bello vederle illuminarsi nei prati, come tante lucine di Natale. Erano una prova della magia che la natura crea in modo totalmente spontaneo. Laura pensava che l’uomo aveva fatto tanti progressi e tante scoperte anche solo osservando gli animali, ma che ogni progresso era costato una fatica che nel mondo animale era sconosciuta.
Quella sera, Laura stava leggendo e si accorse che la luce nella sua camera si affievoliva, finchè non si spense del tutto. Chiamò suo padre, che arrivò inciampando su un peluche lasciato sul pavimento. Non si vedeva nulla. Suo padre aveva preso una candela dal cassetto della cucina e l’aveva accesa passando di stanza in stanza per radunare la famiglia e uscire in strada. Fuori , Laura vide che anche i vicini erano usciti, che ognuno aveva raccolto torce e candele per potersi muovere. Non si capiva come mai i lampioni fossero spenti, e le luci nelle case anche. Qualche minuto dopo era arrivato anche a casa di Laura il passaprola, sembrava ci fosse un guasto sulla linea fuori dal paese, e non si sarebbe risolto fino alla mattina dopo.
Laura e suo padre si guardarono un attimo negli occhi e pensarono le stessa cosa. Infilati gli stivali, dissero ala mamma e alla sorellina di aspettarle a casa e fecero cenno ai vicini e agli altri che si erano radunati fuori di prendere quanti più barattoli di vetro avessero trovato, e di seguirli. Un po’ perplessi, i vicini raccolsero una decina di vasi dentro a un paniere, e si misero in viaggio verso il bosco. Quando furono sul limitare del bosco, anche quelli che non avevano capito cosa sarebbero andati a fare non ebbero dubbi. Tirarono fuori i vasi dalle sacche e si misero all’opera. Quella notte, la luce che illuminò il comodino di Laura era magica. Quasi non riusciva a leggere, tale era l’incanto di quel vaso appoggiato vicino al letto. Quella notte le lucciole portarono la luce al paese. Tutti ne misero dentro ai lampioni, nelle camere, sui comodini. Quei vasi luminosi sembravano il prodotto di un incantesimo, sembrava che qualche strega buona avesse posato la sua bacchetta magica su ogni casa, rendendola una dimora incantata. I bimbi rimasero rapiti di fronte a quegli esserini magici e luminosi. E quando arrivò l’alba, tutti tornarono sul limitare del bosco, liberarono le lucciole e tornarono verso il paese sorridendo.