Affetta da una grave forma di dipendenza dai libri

Amazon delle meraviglie. A me piace tantissimo girare per le librerie, adoro sfogliare i libri, farmi ispirare da una copertina ( l’ultimo libro la cui copertina mi aveva affascinata al punto da non leggere neanche una riga di trama  ha aperto la serie di cose da non fare, e cioè fidarsi ciecamente di una immagine, seppur meravigliosa), da una frase, da un niente che in quel momento sembra l’unica cosa di cui hai bisogno.

Sono anni ormai che dibatto tra me e me e con Michele la possibilità di comprare, farmi regalare, insomma far entrare nella mia vita un Kindle o simili, un supporto che mi permetta di portare con me una intera libreria, al posto di un solo libro che quando sono in viaggio pesa più delle mutande e delle magliette di cui avrò bisogno. Il dibattito si è finora sempre concluso con un “non credo che potrei abituarmi” oppure “potrei abituarmi ma al momento non mi interessa”.

La mia gioia più grande quando siamo entrati nella casa nuova a novembre è stata montare la libreria e riempirla di libri nuovi e vecchi; quelli ritrovati nelle scatole ammassate in cantina nella speranza che il contenuto prezioso non si rovinasse; quelli ritrovati a casa di mia nonna, che avevo quasi dimenticato di avere; quelli nuovi che sono arrivati a velocità costante, alcuni sistemati nello scaffale di quelli più belli, altri dispersi senza una collocazione particolare.

Alcuni libri sono arrivati da luoghi lontani, sono stati scelti sull’onda dell’istinto in aeroporto, sono stati comprati al supermercato a Minorca  – qui menzione speciale per Room di Emma Donaghue, che ho letteralmente scelto da uno scaffale al supermercato di fianco alle ensaimada e che mi ha sorpresa in modo spettacolare – alcuni arrivano da St George’s a Berlino, insieme al segnalibro nero con la scritta bianca che conservo gelosamente nel libro che mi aspetta ora sul comodino.

Rarissimamente mi sono stati regalati dei libri. Raramente ho apprezzato dei libri che mi sono stati regalati. Sono troppo ossessiva nella scelta di quello che leggo, sono troppo selettiva, seguo troppo la scia delle mie sensazioni momentanee.

Meno raramente ho regalato dei libri. Peccando di presunzione, lo so, perchè in fondo ognuno è un lettore con dei gusti e delle preferenze di genere. Però mi è capitato di leggere un libro e di doverlo regalare almeno a un paio di persone subito, perchè potessero vivere anche loro quell’esperienza magica che per me era appena finita. E poi amen se il libro non è piaciuto come era piaciuto a me. A volte c’è solo bisogno di gridare al mondo quanto è bella una cosa, poi se qualcuno si incuriosisce, vuole fare una ricerca e vedere cosa ne pensa, benissimo.

Ho ancora più raramente buttato dei libri. “Buttare via” e “libro” sono due parole che accostate mi fanno venire i brividi, eppure ricordo benissimo di avere cestinato due libri in particolare, due regali ovviamente, di due persone che non facevano più parte della mia vita, finalmente, e le cui dediche suonavano più come lettere di minacce in un film horror che come augurio di felicità. Non li avrei apprezzati, anche se li avessi letti. Probabilmente non erano neanche dei libri di merda, ma così è andata, non mi pento di essermene liberata.

Dico Amazon delle meraviglie perchè due volte su tre è lì che passo ore a sfogliare i suggerimenti, a leggere le trame, i commenti; mi capita spesso di svegliarmi di notte, alle tre, alle cinque: accendo il telefono, seleziono l’icona nota e vado. E siccome esiste anche su Amazon – come su Youtube – quella cosa stupenda che sono i suggerimenti, passo letteralmente le ore a passare di suggerimenti in suggerimento, mettendo nel carrello una quantità sproporzionata di potenziali deliziatori delle mie future giornate. Un paio di volte ho cliccato per sbaglio il pulsante “acquista con un click” –  e lì ho dovuto subito annullare, perchè gli acquisti si fanno selezionando con cura, non tutti i momenti sono giusti per leggere tutti i libri, deve esserci sempre quel ” è lui, adesso” che ti fa contare le ore dall’acquisto all’arrivo della meraviglia nelle tue mani.

Spessissimo durante le ore trascorse tra i suggerimenti di Amazon faccio un double-check su Goodreads, dove le recensioni sono veramente impressionanti, le persone dedicano tantissimo tempo a parlare dei libri che hanno amato, e trovano anche il tempo di parlare di quelli che hanno amato meno, sempre argomentando in modo spettacolare le proprie ragioni. Avrei sempre voluto partecipare più attivamente, fare commenti; poi ne leggo qualcuno e mi rendo conto che quello che scriverei io non aggiungerebbe niente e anzi, suonerebbe parecchio insulso. Oppure partecipare alle reading challenges, ne avevo trovata una stupenda, avevo salvato la foto sul cellulare dicendomi che l’avrei prima o poi iniziata; era un elenco di libri da leggere per i più svariati motivi, che avevo trovato straordinario, del tipo

– un libro che hai sempre avuto in casa e non hai mai letto; nel mio caso questo libro è La montagna incantata di Thomas Mann, un tomo del 1994 ancora proprietà di mio padre, che associo a un altro tomo di una certa levatura, sempre di mio padre, che però ahimè si è perso in qualche meandro, Moby Dick. Due di quei libri pilastro della letteratura mondiale che già se li prendi in mano senti tutto il peso delle parole. Con Thomas Mann ci ho provato un paio di estati fa, ma mi sono interrotta quasi subito;

– un libro che hai lasciato a metà. E qui altro argomento spinosissimo. io ODIO lasciare i libri a metà. Mi è capitato quasi sempre di costringermi a leggere fino in fondo anche quelli che mi stavano sulle palle, per rispetto. Si, per rispetto, perchè trovo molto irrispettoso mollare lì qualcosa in cui qualcun altro ha creduto e versato lacrime e sangue. Due libri in particolare fanno parte di questa limitatissima serie. The Unlikely Pilgrimage of Harold Fry, la storia di un signore attempato che un giorno prende e se ne esce dalla casa di riposo in cui è ospitato e parte per un viaggio come dice appunto il titolo, alquanto improbabile. Sono arrivata a metà, e poi non ce l’ho più fatta. Il secondo è Looking for Alaska. Uno pensa ai paesaggi innevati e glaciali del Nord America, pensa a un affascinante mondo silenzioso di volpi, orsi e lupi, e invece Alaska è il nome di una ragazzina che a un certo punto del libro scompare, e per quel che mi riguarda rimane scomparsa;

– un libro che hai già letto. Ci sono tanti libri che avrei voglia di rileggere, ma direi che non mi è mai capitato. Ho una lista di preferiti, alcuni con citazioni sottolineate, ma nessuno che io abbia veramente riletto da cima a fondo. Sicuramente il più sfogliato è Il Soccombente di Thomas Bernhardt, libro posseduto da mio padre e passato con foga direi quasi preoccupante nelle mie mani. Ci sono ancora le sottolineature tremolanti di mio padre, quelle più invadenti mie. E’ il libro che mi ha fornito più citazioni di tutti. E’ il suo essere profondamente esistenziale che lo fa essere così ricco di frasi su cui riflettere;

– un libro consigliato da un amico o da un conoscente. Non è successo spesso, e quando è successo ho avuto reazioni contrastanti. In un caso ho amato il libro suggerito, nell’altro l’ho odiato. E’ chiaro che non sono una donna dalle mezze misure. Il libro che ho amato tantissimo è L’Arminuta di Donatella di Pietrantonio, che ho prontamente regalato a mia volta, per proseguire la catena di tanta bellezza. Quello che ho odiato, o per meglio dire, quello che mi ha lasciata indifferente e che ho rimosso come tante altre letture è Il Suggeritore di Donato Carrisi. Che poi in questi casi non devi lasciarti sopraffare dalle aspettative. Chi ti consiglia un libro ne parla ovviamente con entusiasmo, magari ha letto tutta la bibliografia dell’autore, magari l’ha anche incontrato; non è un bene o un male se la tua percezione di quello stesso volume è lontana anni-luce da quella di chi te ne ha parlato. E’ bello accettare consigli, anche per poter capire che un autore di bestseller non ti piace.

– un libro che ti intimidisce. Questa è bella. In questo caso riesco solo a pensare a mostri orrendi come Anna Karenina, Guerra e Pace – chissà perchè solo robe russe. Anzi io so perchè, perchè quando ero al liceo una maledetta estate mi avevano costretta a leggere Anna Karenina, in una di quelle belle edizioni Bur col profilo azzurro. L’unica – e sottolineo unica – cosa che mi ricordo di quel libro è la copertina, una tizia in abiti ottocenteschi con un cappello. Per non menzionare il fatto che fossi in vacanza in Francia e seduta a un bar a fare colazione provavo a dirmi che magari quel libro mi avrebbe illuminato la vita, avrei scoperto una realtà e un modo di vedere le cose che non potevo immaginare. Ci provavo, la realtà è che non mi interessava una emerita sega di Anna Karenina e dei suoi amichetti russi. Costringimi a leggere quello che dici tu, e ti odierò per sempre.

Quindi di solito leggo quello che mi ispira in vari modi. Alcuni libri li ho già letti per metà prima di arrivare a casa, se li ho comprati in libreria, altri li lascio su uno scaffale per mesi prima di prenderli in mano, magari quando le congiunzioni astrali sono propizie per la lettura di quel particolare uno. Faccio coi libri come con i vestiti. Alcuni durano qualche mese, altri rimangono nel cassetto inutilizzati anche per anni; su tutti, una borsa della Mandarina Duck comprata e usata per la prima volta due anni dopo, per poi essere ridotta a brandelli dall’uso sfrenato ed esclusivo nei successivi direi quattro anni.

C’è una cosa però che proprio non mi riesce. Un limite, una mania, una mancanza che temo di non avere la minima intenzione di colmare o risolvere. Il concetto di biblioteca. Il libro per me è e deve essere un possesso esclusivo e univoco. Il libro è mio. Non me lo faccio prestare e soprattutto non lo presto. Anche perchè i rarissimi casi in cui ho prestato dei libri mi sono rimasti sullo stomaco. Durante l’università per un certo periodo avevo fatto lezione con un ragazzo di Dublino, a cui avevo ceduto The Lord of the Rings, edizione in inglese, un paperback ma ci tenevo parecchio, in cambio di – mi vergogno a dirlo – un libro di Asimov, nel quale tra l’altro avevo trovato delle fototessere del suddetto giovane insegnante fatte alla macchinetta. NO COMMENT. L’altro scambio che a pensarci a posteriori in effetti qualche vantaggio me l’ha dato è stato all’ultimo anno di superiori: mega tomo di Edgar Allan Poe prestato alla  mia migliore amica dei tempi, con cui qualche mese dopo ho fatto una vacanza in interrail attraverso Spagna e Portogallo. Vacanza alla fine della quale i nostri rapporti si sono incrinati, per cui lei si è tenuta il mio Poe – che poi in realtà era un’edizione super figa e super costosa di mio padre – e io il suo sacco a pelo. Devo dire che negli anni successivi sarebbe stato in effetti difficile stare al caldo durante le vacanze saccoapelate leggendo racconti del terrore. Quindi papà perdonami, quando potrò ricomprerò un tomo degno di quello che avevi preso tu.

E mio padre. Lui sì che mi capiva in termini di libri. O meglio, è in buona parte da lui che mi arriva questo amore per le storie, per le parole, per la solitudine di chi legge, per la gelosia e il possesso dei libri. Da lui ho preso il bene e il male. Per diverso tempo non ho capito perchè cercasse edizioni particolari di libri, perchè avesse un interesse così spiccato per libri costosi, magari illustrati, rilegati a mano. Aveva comprato tre tomi rossi, con la copertina spessa, le pagine in parte intonse, i caratteri gotici, le illustrazioni frequenti: La Divina Commedia di Dante Alighieri. C’erano anche un altro paio di tomi della stessa collezione, non ricordo i titoli. Una Bibbia con le pagine sottilissime, veline. Togliere uno di quei libri dallo scaffale era una sorta di rito da consumare nel massimo rispetto e con una delicatezza assoluta, un rito sfuggente, della durata di pochi minuti; incappare in una delle pagine intonse era come arrivare al cospetto di un miracolo, di un segreto troppo prezioso per essere rivelato, un santo Graal da guardare senza poterlo toccare.

Io non cerco copertine rigide, una copertina flessibile a 8 euro mi va benissimo. Dopotutto l’importante è il contenuto, anche se ci sono certi formati e certe stampe che mi danno sui nervi.

Ci sarebbe poi da parlare del MODO in cui uno legge. Da bulimica recidiva divoro i libri che leggo e mi accorgo che a volte la sete di leggere, leggere, andare avanti, andare avanti, mi fa sentire come se qualcosa mi sfuggisse. Da qualche tempo, con i libri che mi piacciono, ho preso l’abitudine di leggere almeno qualche pagina a voce alta  – si tratta quasi sempre di libri in lingua inglese, perchè le dipendenze non arrivano mai sole – e questo mi calma. Mi impedisce più che altro di mandare giù pagina dopo pagina senza neanche avere provato a masticare, solo perchè devo arrivare alla fine della pagina, del capitolo, del libro in generale. Quando riconosco che ne vale la pena, cerco di rallentare, di rileggere se mi accorgo di essermi distratta, sottolineo la frase che mi ha descritto una parte di me. Non sempre è facile rallentare, sono fatta così ed è difficile cambiare. Non solo sono una persona estremamente difettosa, sono anche una lettrice frettolosa, ingorda, drogata.

Nei pomeriggi in cui ho qualche ora buca faccio di tutto per evitare di mangiare tutto quello che vorrei, per poi liberarmene poco dopo. Leggere mi aiuta a placare in parte quella inquietudine che fa parte di me come il mio trocantere e la mia milza, che ho sempre cercato di combattere ma che ora, arrivata alla soglia dei quarant’anni, penso sempre più spesso che non possa essere solo merda. Inquieta sono, e inquieta rimarrò sempre. Inquieta, affetta da gravi dipendenze. Quando morirò mi farò bruciare insieme ai miei dieci libri preferiti. E a quel punto avrò tutto il tempo del mondo per leggerli senza fretta.