Concerto per pianoforte a quattro mani – Primo movimento: Purezza

Ho sempre amato scrivere, sempre. Ho sempre amato prendere in mano la penna e tracciare quelle linee così dense di significato. Ho sempre amato la parola, il suo suono. Ogni volta che imparo una lingua nuova passo ore a leggere testi ad alta voce, più che per capirli, per riprodurre le cadenze che ho ascoltato, gli accenti e le inflessioni. Ho sempre amato leggere, e annotare le citazioni che mi lasciavano a bocca aperta. Il mio primo amore sono stati i filosofi e gli scrittori latini. Su tutte, la mia citazione preferita in assoluto è di Petronio , autore del Satyricon, da cui credo arrivi la seguente frase:

Nolo quod cupio statim tenere, nec victoria mihi placet parata

Lo tradurrei come: non voglio avere subito quello che desidero, nè mi piace una vittoria pronta.Ho sempre adorato questa idea dell’attesa, della fatica per ottenere le cose, questa tensione costante all’automiglioramento e alla crescita che ci fa dannare ma senza la quale non siamo veramente vivi. Per anni è rimasta assopita, mescolata ad altre annotazioni in un quaderno che ho sempre tenuto in un cassetto, senza mai perderlo di vista, eppure senza aprirlo per tanto tempo. Il quaderno che parla di liceo classico, che parla di neri precordi, di interrogazioni, di letture sconvolgenti, di pomeriggi a parlare con mio padre, parlare di quanto ci sembrava strano il mondo. Le automobili delle scatole di lamiera ad alta velocità, le mani del pianista un mistero insolubile, le donne a forma di violoncello una meraviglia per gli occhi. Siamo sempre stati tipi molto solitari, mio padre ed io. E stavamo bene insieme.

Senza mio padre questo concerto non esisterebbe. Quando studiavo pianoforte ogni tanto ci mettevamo veramente seduti uno di fianco all’altro, abbozzando un quattro mani, quasi mai completamente riuscito. Mi arrabbiavo, perchè non ero abbastanza brava, e avrei voluto che le mie mani potessero veramente permettermi di comunicare con lui usando quella tastiera. I duetti più belli che abbiamo fatto, però, rimangono quelli in cui io suonavo il violino e lui la fisarmonica, io ero piccola, andavo alle elementari, bastava che io suonassi tre note lunghe e lui sotto ci metteva tutto quel tripudio di note veloci aprendo e chiudendo il suo strumento. Quello è un ricordo veramente glorioso della mia infanzia.

Al liceo, in quarta e quinta ginnasio, avevo preso una cotta per un ragazzo due anni più grande. Era l’unico maschio nella sua classe, e anni dopo la fine della scuola parlando con un’amica avevamo avuto la sensazione che alcuni suoi comportamenti potessero essere letti come omosessuali, ma ormai non mi importava più. Io la mia missione con Jacopo – questo il nome del mio bello – l’avevo portata a termine. Avevo chiuso il cerchio. Ero in pace.

Di Jacopo conoscevo nome e cognome. Sapevo anche che abitava in un piccolo centro dell’hinterland milanese. Avevo raccontato tutto a mio padre.Un sabato pomeriggio mi aveva portata a fare un giro nel quartiere dove immaginavo che Jacopo potesse vivere. Avevo cercato il suo nome e cognome sull’elenco telefonico e avevo trovato un indirizzo. Non avevo idea se fosse quello giusto, eppure avevo la sensazione che quelle fossero le case intorno alla sua, quelli i paesaggi che i suoi occhi vedevano ogni giorno. Non avevamo trovato niente, nonostante mi aspettassi di vederlo spuntare all’improvviso, lì, solo per me.

Il mio amore era assoluto, totalizzante, puro, romantico, fiero. Si nutriva di Agamennone e Achille, marciava insieme ai guerrieri di Sparta e beveva il sangue dei nemici in battaglia. Si addolorava insieme al giovane Werther e assaporava la conoscenza insieme a Siddharta. Il mio amore era generoso, intenso, come il profumo del gelsomino in fiore, inesorabile e placido come un fiume dalle grandi anse pacifiche. Condividerlo con mio padre lo rendeva importante, vero, possibile.

E un giorno mi sono decisa. Ho scritto a Jacopo. Ho scritto di getto, come ho sempre fatto, senza filtrare troppo i miei pensieri, come ancora faccio. Gli ho scritto una lettera. Se è una lettera d’amore, non saprei. Forse lo è. Però  parla tanto di me, del mio candore di quegli anni, delle emozioni forti che non ero abituata a provare. L’ho riletta oggi dopo credo vent’anni. La leggo e mi ricordo benissimo di quanto mi stessero a cuore tutte quelle piccole cose di cui parlo a Jacopo. Dopo avergli consegnato la lettera, di sfuggita, durante un intervallo, ho sperato per qualche giorno che mi rispondesse. Non ho mai avuto un cenno, non ho mai ricevuto una sola parola dalla sua voce. Ho scambiato con lui solo qualche sguardo fugace, dopo quel giorno. Eppure non c’è tristezza nei miei ricordi, c’è solo la forza devastante e pura dei miei diciassette anni.

 

Ciao Jacopo,

questa mattina, come altre, ho alzato lo sguardo verso la lavagna ed ho immaginato che la lavagna sparisse, e che sparisse anche il muro, e che io ti vedessi seduto fra le tue compagne, con il tuo casco ordinato di capelli che sembrano un po’ come quelli dei Beatles agli inizi, e con i tuoi maglioni blu, azzurri o beige, e con i tuoi pantaloni di velluto. Stamattina ti ho visto da lontano, mentre andavi a scuola, e il contrasto fra la giacca ed i pantaloni che avevi era bellissimo.

Chissà se sai quanto è bello passare sotto alla pusterla di Sant’Ambrogio e , col naso all’insù, guardare le tre statue là in alto e chiedersi : “Ma un arco è più alto degli altri o è solo un’illusione ottica?” – e poi seguire con gli occhi il profilo del campanile e della basilica e alle sette e mezza in punto ascoltare le campane che, a pensarci bene, possono dare un’emozione grande come quando si ascolta la Moldava di Smetana: chiedersi se c’è un prete che tira una grossa corda per far dondolare quelle campane o se invece è tutto automatico.

Forse sai che pace maestosa emana da quei mattoni,da quel profilo, da quei suoni. Passare vicino a Sant’Ambrogio quando il sole si è appena svegliato e, ancora assonnato, si stiracchia tendendo i suoi raggi e inondando il cielo di rosso; quando il cielo è azzurro e un gregge di nuvole si ammassa intorno al campanile; quando il cielo è grigio, e piove, e il movimento delle campane è indistinguibile; quando nevica, ed è bellissimo in generale, quando nevica; quando ormai è giorno e il rumore e il movimento intorno alla basilica sono molto vivi. A volte anche delle piccole cose ti sorprendono e a volte le scambi erroneamente per dei presagi: alzi lo sguardo e vedi uno stormo di uccelli che guizza nel cielo, ed è solo un attimo; un merlo si lascia avvicinare più di quanto tu ti aspetti; o mentre percorri la via San Vittore ancora addormentata, con le luci delle case spente e i nidi ancora silenziosi, ti volti un attimo  e vedi ad una finestra due occhi di gatto che ti fissano e ti seguono quando te ne vai. Voglio dire, sono cose che ti possono lasciare senza fiato, che possono commuoverti.

E adesso per me non c’è niente che possa eguagliare una partita a carte con mio padre e mia sorella, o ascoltare con attenzione una canzone dei Beatles finchè non la imparo a memoria e poi me ne stanco, coglierne i giri di basso, qualche nota di pianoforte, un coro. Niente che possa eguagliare i pomeriggi interi passati a leggere,a sfogare quest’ansia, questa smania di leggere anche il già letto, per provare un piacere quasi fisico, come quando leggo “Un’arancia a orologeria” di Anthony Burgess e non vedo l’ora di infilarmi sotto le coperte ed osservare Alex nelle sue esplosioni di ultraviolenza. E niente che possa eguagliare le ore al pianoforte a esercitarmi, perchè mi innervosisco se non mi riesce un esercizio, ma lo ripeto e lo ripeto finchè non lo eseguo in un modo che mi soddisfa; oggi ho provato il mio primo brano di Mozart, e non riesco a coordinare le due mani. A volte abbasso di scatto il coperchio del piano, mi alzo e vado in cucina a parlare con mia madre che lavora a maglia (mi sta facendo un favoloso maglione blu a costa inglese).

E poi leggere le poesie insieme a Consuelo. Questa delle poesie è diventata per noi quasi una mania: Whitman, Prévert, Pascoli, Trilussa (chissà se tu le hai lette, le poesie di Trilussa, tipo ” E’ morto er gatto” o “Er leone riconoscente”, che sembrano la messa in versi delle favole di Esopo), Rilke ( la sua “Sera” che ” contro tutte le finestre preme le sue gelide guance:e, zitta, origlia” – mio padre la adora), Kipling (è una piccola raccolta con testo a fronte che ho comprato parecchio tempo fa, mentre leggevo Martin Eden: odora di mare, di viaggi, di India).

E parlare, anche quando hai la voce rotta dall’emozione, una sensazione così nuova e inaspettata, dire frasi banali, insensate, assurde. Non dimenticherò mai che mia sorella un po’ di tempo fa ha scritto nel suo tema sulla famiglia ” Mia sorella dice cose assurde che neanche esistono”. Anche mia madre lo dice, a volte, e anche Consuelo. Ma Consuelo è una delle poche persone che mi ascoltano davvero, e forse sai quanto è bello parlare sapendo di essere ascoltati.

O anche scrivere sapendo che si sarà letti.

Se riuscirò a darti questa lettera, sarà meraviglioso e sconvolgente sapere che tu leggerai queste parole; perchè, insomma, qui ci sono io.

Ed è vero, Jacopo che il bello sta nell’attesa.

Senza pretese.

Silvia

 

 

Foto di Michele Gallicchio 

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