Concerto per pianoforte a quattro mani- Secondo movimento: L’amicizia

Fin da quando ho dei ricordi, mi sono sempre sentita scomoda, fuori posto, ingombrante. Non sapevo che fare delle mie braccia, non sapevo che posto occupare, non sapevo quanto tempo guardare le persone negli occhi, non sapevo come comportarmi, mi sembrava che le mie gambe e le mie braccia fossero troppo lunghe. Mi sentivo bene addosso pochissimi vestiti, anche se mia madre passava ore a fare shopping di camicie e maglioncini carini, e io facevo chili di sorrisi di plastica a una commessa che incessantemente mi diceva quanto stavo bene con quello e quell’altro.

Alle elementari avevo un’amica del cuore, Anna Mengoli. Pelle color ambra, sicurezza sprizzante da tutti i pori, brava in classe, educata, molto schietta, estroversa. A parte il brava in classe e l’educata, tutto il contrario di come ero io. Che avevo già nelle vene il sangue di mio padre, malinconico, sensibile. Anna era il mio idolo. Io volevo essere come lei. Volevo anch’io rispondere alla maestra con sicurezza, volevo sorridere ai compagni senza vergogna, alzarmi in piedi e sentirmi bene nella mia pelle.

Avevo una cotta mostruosa per un bambino della mia classe, Andrea Marchesi. Vedevo Anna parlare tranquillamente con Andrea e la invidiavo, mi chiedevo come faceva ad essere così calma di fronte a una creatura tanto celestiale. Uno di quegli anni avevo fatto una festa di compleanno a casa invitando qualcuno dei miei compagni, tra cui Andrea. Avevo preparato degli inviti disegnati a mano, ognuno con sopra un animaletto colorato coi pennarelli, e a quello di Andrea, che aveva disegnato lo scoiattolo, il mio animale preferito, ne avevo aggiunto un altro, con sopra una sposa, e con dentro scritto : Vuoi sposarmi? Mia madre mi aveva colta in  flagrante mentre cercavo di nascondere il biglietto incriminato sotto al divano, e aveva annientato ogni mio tentativo di far capire ad Andrea che mi piaceva senza doverglielo per forza dire a voce. Già allora affidavo i miei sentimenti alle lettere, e già allora le mie missive venivano intercettate senza giungere al tanto sognato destinatario – e in un futuro non troppo lontano, pur essendo state recapitate, non avrebbero comunque sortito l’effetto sperato.

Insomma, Andrea Marchesi a un certo punto della quinta elementare era andato via. La sua mamma aveva avuto un esaurimento nervoso, e si era suicidata. Me la ricordo, una signora che sembrava molto più vecchia di mia mamma, coi capelli riccioli e il viso sempre sorridente. Per me parole come “esaurimento nervoso” e   “suicidio” indicavano fatti favoleschi che facevo davvero fatica ad applicare, e a coglierne il significato. Il papà di Andrea, dal quale sua mamma si era separata qualche anno prima, viveva a Vimercate e lo portava a vivere con sè. Vimercate assurgeva così a luogo delle meraviglie, che poteva ospitare il mio bello, e vedere i suoi sorrisi e i suoi capelli dorati. Non era ancora il paese a due passi da Milano in cui avrei addirittura lavorato molti anni dopo.

Partito il primo amore disperato della mia vita, passavo i pomeriggi con Anna. Facevamo i compiti, facevamo merenda, guardavamo un po’ di Tv, giocavamo a Hotel. Avevamo la stessa età eppure lei mi sembrava più grande, più “sveglia”, come avrebbe detto mia madre. Io volevo davvero tantissimo essere sveglia come Anna, mia madre mi diceva con tono di rimprovero che io alle cose “non ci arrivavo”. Quando penso alla parola “ritardata” – e vi prego di prenderla nel senso etimologico del termine, e nel suo collegamento con la parola ritardo, non nella sua accezione psicologica – io mi sentivo così. Arrivavo alle cose sempre dopo, sempre tardi, quando ormai i neri precordi di mia madre si erano risvegliati sul suo collo rosso, e le sopracciglia le si erano increspate sulla fronte. Avevo una abilità incredibile di fare incazzare mia madre, con questa storia del non arrivarci. Non vedevo più in là del mio naso (altra espressione sua). Una volta le avevo chiesto da che parte dovevo sistemare una giacca su una gruccia, non capivo se dovevo tenerlo con la parte ricurva in avanti o indietro. Mi aveva guardata con gli occhi talmente iniettati di sangue che non avevo neanche osato aspettare la risposta. Ecco, io ero così, in balìa dei neri precordi di mia madre, in balìa delle sue sopracciglia aggrottate, del suo “non ci arrivi”.

E quindi per me Anna era un modello perfetto e irraggiungibile, che mi faceva sentire male con me stessa, stupida, indietro, piccola. E a pensarci ora, già a quei tempi nasceva il seme della mia ribellione, ancora del tutto inespressa, ma assopita sotto una facciata di fatica per essere la donnina che tutti si aspettavano che fossi, per essere la più brava della classe, per essere educata e ammirata dalle altre mamme. A pensarci ora già in quel periodo Anna Mengoli cominciava a starmi vagamente sul cazzo. E io cominciavo a pensare che avrei fatto meglio a esprimermi per come ero, piuttosto che agire per compiacere qualcuno.

Mio padre era fissato con gli anagrammi, e anche a me piaceva tantissimo provare a sistemare le lettere per ottenere frasi misteriose e che pensavo potessero svelare l’essenza profonda delle persone che riguardavano. Da Silvia Colombara mio padre ne aveva tirati fuori diversi, ma il migliore di tutti era  Salviamo il cobra. Lui, che era molto bravo a disegnare, mi aveva dato uno dei suoi foglietti su cui buttava giù i suoi schizzi che adoravo – spesso degli uccelli, qualche ritratto, mi ricordo un signore con la pipa – con sopra il mio anagramma e un serpente disegnato a matita. Uno dei regali più preziosi che abbia mai ricevuto. Mi ero subito vista esploratrice nel bel mezzo di un deserto, in tenuta color khaki, con quel cappello dalla visiera un po’ larga, a capo di una spedizione per proteggere una specie minacciata del mio animale, dell’animale che era contenuto nel mio nome e cognome, che era il mio destino. Mi piace molto, pensare che il nostro destino è dentro alle lettere del nostro nome e cognome. Poi che io faccia l’insegnante di pilates, è un’altra storia. Dopotutto per anni ho praticato yoga, e lì la posizione del cobra esiste davvero…

Anna Mengoli aveva una casa a Moneglia. E’ vero che manca qualche lettera per rendere l’anagramma perfetto, ma per una mente attenta e allenata come la mia non c’era dubbio. Il collegamento era palese. Un anno solo Anna mi aveva invitata nella sua casa al mare, e non ho nessun ricordo del tempo passato insieme in quella occasione, solo un ruscello che dovevamo attraversare per arrivare dal parcheggio alla casa. Alle medie Anna ed io eravamo ancora in classe insieme, i nostri genitori avevano chiesto che ci mettessero insieme, e io avevo reagito con entusiasmo completamente finto alla notizia che avremmo fatto insieme ancora tre anni. Durante i quali, peraltro, le nostre strade si erano divise, e avevamo cominciato a frequentare altri compagni.

Dopo Anna, pensavo che l’amicizia fosse così, che stare insieme non fosse mai in modo totalmente rilassato, che ci fosse sempre un contegno da dover tenere, che io fossi sempre sottoposta al giudizio di qualcuno. Se non della mia amica, allora della sua famiglia, di sua sorella, di sua madre, di suo padre. Non ero mai tranquilla e contenta di essere me stessa insieme a qualcun altro. E ho cominciato a pensare che ci fosse veramente qualcosa di sbagliato in me. Mia madre mi diceva che dovevo sforzarmi di fare le cose che tutti gli altri facevano, anche se novanta volte su cento adattarmi era per me una forzatura.

Alla fine delle superiori mi sono innamorata di Laura. Dico innamorata perchè la mia era proprio una infatuazione, molto malsana, tra l’altro. Io non volevo stare con Laura, io avrei voluto essere Laura. Volevo i suoi occhi, volevo la sua bocca così perfetta, volevo il suo seno piccolo e le gambe forti, volevo il suo sguardo dolce e il suo sorriso ancora più dolce. Quando Laura si è innamorata per la prima volta, non è stato ovviamente di me. Lei si è innamorata di un ragazzo conosciuto mentre eravamo insieme al Rainbow, un capodanno. Un ragazzo con cui aveva fatto l’amore per la prima volta, con cui era durata poco, perchè lui era troppo giovane e spensierato per impegnarsi, un ragazzo per cui Laura aveva pianto e trascorso intere giornate a letto, distrutta. E io ero felice. Mi sentivo in colpa, una vera merda, eppure ero felice. Perchè Laura poteva tornare ad essere mia, solo mia, tutta mia, senza uomini che avrebbero potuto darle quello che io mai avrei potuto, invece.

Laura, durante la sua sofferenza, si era accorta che la mia reazione non era proprio quella di un’amica, e che non stavo male per lei, non le offrivo la mia empatia. Qualche mese dopo senza darmi troppe spiegazioni ha interrotto i rapporti con me. Io all’epoca non avevo fatto domande, ma anni dopo l’ho voluta incontrare per sentirmi dire in faccia quale genere di sanguisuga ero diventata, che bevevo la sua bellezza e la sua presenza senza ritegno, senza pietà, preoccupandomi solo di me. Ci siamo viste solo quella volta, in un bar, e Laura era ancora molto contrariata per il mio comportamento di anni prima, mentre io ero inconsapevole del mio essere così totalizzante, asfissiante, del mio non saper prendere le misure, del mio averle fatto così male.

La misura, è sempre stato quello, il mio problema. Quando conosci una persona che ti piace, perchè non puoi smettere di fare qualsiasi altra cosa e rimanere in adorazione perenne? Perchè non puoi cancellare tutto il resto e tenerle la mano per sempre, respirare il suo respiro per sempre, ascoltare la sua voce per sempre? Il mio problema nelle relazioni è che ogni volta che sono entrata in una nuova, mi sono persa di vista. Ho messo da parte tutto il mio essere per adorare l’altro, smesso di avere delle opinioni, smesso di pensare ai miei interessi, dimenticato che la diversità è una ricchezza immensa, che dal confronto nasce più amore che dall’accordo passivo e incontestato. Ho smesso di amare tutto ciò che mi fa essere quell’essere unico e irripetibile, smesso di pensare che al mondo non c’è nessuno che sia uguale a me, smesso di pensare che creare le proprie opinioni è una strada ricca, interessante, gratificante. Posto che avessi mai cominciato, ad amare quello che fa di me, me.

Anche negli anni più recenti mi sono incastrata da sola in rapporti che, se li guardo ora, contenevano più veleno che nutrimento per l’anima. E insieme a questa aggiungo un’altra riflessione molto importante: non erano le persone ad essere tossiche, era il mio modo di rapportarmi a loro che mi riempiva il sangue di acidità e livore. Per anni – perchè io ci metto gli anni a maturare le mie conclusioni – ho pensato di essere la persona sbagliata all’interno di certe relazioni. Per anni ho pensato di dover modificare il mio modo di essere per poter stare bene in mezzo alle persone. Fino a quando , qualche mese fa, non ho avuto una illuminazione. Proprio come quando accendi una lampadina in una stanza, e scopri tutto ciò che era già lì quando la luce era spenta, solo non potevi vederlo.

Serena ed io ci siamo conosciute a Vicenza, nel 2009. Stavamo facendo il test di ammissione per un master di Traduzione a cui siamo state accettate entrambe, ma che solo Serena ha portato a termine. Io da quell’esame ho avuto in regalo la sua amicizia. Da quel momento ad oggi, abbiamo avuto un periodo in cui ci siamo allontanate – come dice Serena ci siamo “lasciate”. Ci siamo frequentate per diversi anni in solitaria, solo lei ed io, io e lei. Poi abbiamo esteso i nostri incontri a due persone, una della sfera di amicizie di Serena , una della mia. Due persone che col passare del tempo non sono stata in grado di gestire. E dico gestire perchè ho commesso di nuovo l’errore di scomparire davanti a due personalità molto forti, oppure molto deboli, mi è ancora molto difficile chiarire. Nella mia vita sono sempre stata ambiziosa, ma mai nel campo materiale, sono sempre stata una grande idealista. Non ho mai pensato a comprarmi casa, a mettere da parte dei soldi, e ho perso delle ottime occasioni quando erano a portata. Ho sempre messo davanti a tutto la ricerca della felicità, in tutti i campi, soprattutto per quel che riguarda il lavoro, non mi sono mai rassegnata all’idea di un lavoro che non mi facesse stare bene, che non mi gratificasse a livello mentale e non solo economico. Oggi so che le componenti della felicità risiedono in tante varianti in continuo aggiustamento, allora facevo le mie scelte in modo decisamente più incosciente. Col risultato che a trent’anni non mi ero posta come obiettivi una casa e una famiglia. E quel paio di persone che frequentavo, una in particolare, mi diceva frasi del tipo: Tutto quello che hai vissuto finora ti ha preparato a diventare madre. A me che non avevo mai sognato figli e famiglia, a me che penso ancora oggi che ognuno sceglie come vivere la propria maturità, a me che pensavo ci fosse qualcosa di molto storto in quella frase. Da un lato mi sentivo in colpa perchè non avevo desiderio di fare quello che stava cercando di fare lei, e cioè rimanere incinta un paio di volte l’anno, e dall’altro mi girava costantemente per la testa quanto era storta quella frase, quanto limitante, quanto opinabile, quanto non assolutamente vera.

Quando ho deciso di allontanare dalla mia vita quel paio di persone per me tossiche, Serena è rimasta impigliata in quel pacchetto che stavo allontanando. Non sono stata capace di separare i pezzi, non sono stata in grado di dirle quello che mi faceva stare male, ho avuto bisogno di fuggire e l’ho fatto senza pensarci, senza voltarmi e senza accorgermi che stavo travolgendo insieme al marcio anche quell’unica parte pura. Qualche mese fa, ho scritto a Serena un messaggio, chiedendole se aveva voglia di fare due chiacchiere davanti a un caffè. Credo che all’inizio da parte di tutte e due ci fosse diffidenza, mi sembrava ci guardassimo con dietro agli occhi una domanda costante, un interrogativo inespresso quale: ma ora cosa vuoi da me? L’abbiamo scoperto subito, quello che vogliamo. O meglio, io posso parlare per me. Posso dire che solo ora, dopo anni di autoflagellamento e frustate, dopo anni di telefonate che non vedevo l’ora finissero, dopo anni di “non ho voglia di vederti ma ho paura di dirtelo”, ho un’idea più chiara di che cos’è l’amicizia.

So che se voglio chiamarla la chiamo, e se non risponde non penserò che non mi vuole parlare, penserò che è impegnata a fare qualcosa, e che mi chiamerà lei o riproverò io. So che se mi chiama e vedo il suo numero – nella mia rubrica è ancora Serena Vicenza, fin da quando ci siamo incontrate – ho davvero voglia di parlarle, di ascoltarla, di pianificare la nostra prossima avventura. So che quando le parlo dei miei scazzi o dei miei sbattimenti, mi mostra comprensione ma mi dà anche la sua visione delle cose, mi aiuta a vedere un po’ più lontano. Quando è lei a parlarmi dei suoi scazzi o dei suoi sbattimenti posso sdrammatizzare e farla sorridere. Posso cenare con lei e portarmi la schiscetta da casa, senza sentirmi una deficiente. Posso pensare a lei senza nuvole, senza ombre. La mia richiesta di aiuto non è mai ignorata, la mia parola contiene solo quello che dice, è trasparente come me. Le cose sono semplici, facili, naturali.

A gennaio Serena ha festeggiato il suo compleanno riunendo tutti i suoi amici, aveva voglia di segnare una tappa che può essere importante o meno nella vita di una persona – l’età anagrafica non sempre è un fantoccio da bruciare, a volte diventa un’ottima scusa per qualcosa di molto bello. Erano mesi che le parlavo di Pamela, di come mi ero innamorata delle sue bamboline. Serena diceva che voleva un tatuaggio ma che voleva prima perdere qualche chilo, sentirsi pronta. L’ho pregata di smettere di dire cazzate,  ho preso il telefono e abbiamo scorso insieme le immagini degli ultimi disegni di Pam. Serena ne ha trovato uno che le piaceva molto, una bambina con i capelli svolazzanti e un gatto in braccio, io ho scritto a Pam e le ho chiesto un appuntamento. Ci sembrava che quel mese e mezzo sarebbe stato un’eternità, ma velocemente la data è giunta. Serena ha chiesto a Pam di modificare leggermente il suo disegno, aggiungendo la sua seconda gatta vicino alla bambolina, io ho scelto la regina di cuori: rose rosse, un vestito da regina, del rosso e del nero, una corona e uno scettro. E uno sguardo dolce, nonostante la nota indole rancorosa e vendicativa della regina di cuori.

Abbiamo lasciato che Pamela tracciasse le sue magiche linee sulla nostra pelle, in modo indelebile, in un pomeriggio di chiacchiere e coccole. Abbiamo festeggiato il compleanno di Serena, ma abbiamo celebrato la bellezza, la nostra, quella del mondo, quella del gioco instabile e funambolico dei rapporti umani, abbiamo deciso di sospendere l’attesa di qualcosa di meglio, l’attesa di un momento migliore, l’attesa di una forma migliore. Ci siamo fermate a dove eravamo e ci siamo dette: va bene così, va bene oggi, anzi, non solo va bene, è perfetto.

Artwork di Pamela Della Giovanna – La Mala Suerte Tattoo – Crema

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