Concerto per pianoforte a quattro mani – Terzo movimento: Mio padre

Introduzione: Arona 1989

Non è la sveglia, ma un qualcosa di indecifrabile che interrompe il sereno riposo notturno e mi dice che è ora di alzarsi. Mio padre ha già calzato gli stivali di gomma ed anch’io, con una certa frenesia, mi accingo a fare altrettanto. Uno sguardo rapido verso il cielo – ma è ancora buio e non è facile vedere che tempo fa – e poi via, quasi di corsa, nella strada che esce dal paese verso la collina. 

Il cupo silenzio dell’alba è rotto soltanto dall’abbaiare di un cane indispettito dallo scalpitio dei nostri passi.

Sulla strada che si inerpica sulla collina più vicina al paese fatico a tenere il passo con mio padre, ma la fantasia e l’immaginazione mi infondono un’insolita forza: già vedo il cespuglio, il muretto, il grosso castagno dal tronco solcato dal fulmine, le betulle amiche, il ruscello. Nel bosco mio padre mi precede, solleva i rami bassi degli alberi, scruta attentamente in prossimità dei tronchi, smuove qua e là qualche foglia, si china per perlustrare minuziosamente il cespuglio solitamente prodigo di funghi. Ad un tratto si ferma, appoggia il cesto per terra, il suo volto si illumina, infila delicatamente le mani tra le foglie secche. Io capisco che l’istante desiderato è arrivato: il primo fungo! Mio padre mi chiama e , a volte, lascia a me il compito (e la gioia) di raccoglierlo. Il “primo fungo” è importantissimo per me: la sua forma, il suo profumo e i suoi colori entrano nella mia mente e rendono più facile la ricerca degli altri suoi “compagni” o “fratelli”-  così siamo solito chiamare gli altri funghi che nascono nelle vicinanze del primo. Con grande cura raccolgo il porcino, lo ripulisco dal terriccio in fondo al gambo e lo depongo nel cesto, dopo averne ricoperto il fondo con verdi foglie di felce.

A poco a poco il cesto si riempie, la fatica comincia a lasciare i segni della sua presenza nel viso, nelle gambe, negli occhi, ma alla fine la gioia è incommensurabile, oltre che indescrivibile.

Con grande orgoglio percorro la strada in direzione del paese. Qualcuno vedendo il cesto ci ferma e fa domande, vuole sapere dove abbiamo trovato tutte quelle meraviglie, qualcuno scosta le felci per vedere, toccare, sentire il fragrante profumo della nostra raccolta. 

Mia nonna attende il nostro ritorno. Non le occorrerà osservare il cesto, le basterà dare uno sguardo veloce ai nostri visi per sapere se la raccolta è stata abbondante o scarsa. Prende il cesto dalle mani di mio padre, apre il cassetto delle posate e tira fuori il coltello per pulire i funghi. Nelle sue mani la nostra fatica diventa una delizia da assaporare ad occhi chiusi.

 

Mio padre è morto quando aveva 51 anni. Una mattina è andato a sciare sulle sue montagne, in solitaria. Adorava la montagna e adorava la solitudine. Quella mattina nelle sue montagne, e con gli sci ai piedi, il suo cuore si è impennato, ha fatto i capricci, ha smesso di battere. Mi hanno raccontato che un elicottero è arrivato sulla pista per soccorrerlo, ma che i tentativi di rianimarlo non avevano potuto nulla.  Ricordo di essere andata in quelle montagne per riportarlo a casa, ricordo una piccola cappella con la sua bara al centro e dei fiori, ricordo uno strano sostegno sotto il mento di mio padre, perchè la sua bocca non voleva rimanere chiusa, mentre la sua mascella si irrigidiva. Ho dei ricordi molto vaghi del funerale, ricordo la mia ridicola salopette di jeans e gli anfibi color cuoio, ricordo i visi familiari dei miei compagni di liceo in quella chiesa di Arona, visi che sembravano totalmente fuori luogo in una situazione assurda.

Quando sono tornata a casa da scuola quel giorno di febbraio, mi ha chiamata mia madre. Mia sorella ed io vivevamo con mio padre, e io quel pomeriggio avevo l’esame di lingua francese. Ricordo la mia telefonata a scuola, per avvertire che non sarei andata, e da lì quasi più nulla. Il periodo che è seguito alla morte di mio padre è uno dei più bui della mia vita. Ho fatto del mio meglio per rimuovere tutto quello che c’era di scomodo e di triste, e ci sono riuscita molto bene. Nel 1998 avevo 19 anni, era l’anno della maturità al liceo. Mio padre è morto a febbraio, e io sono andata avanti come una specie di automa, ormai priva di ogni coscienza di me stessa e della mia vita, strappata a una casa che era stata casa mia da quando ero nata. Sono andata avanti fino alla maturità, e poi sono andata all’università, e poi ho trovato un lavoro, e poi sono implosa. Le manifestazioni della devastazione dentro alla mia anima sono sempre state molto sotterranee. La bulimia, quella me la portavo avanti dai primi anni di liceo, perchè il mio corpo mi faceva inorridire e lo nascondevo sotto maglie larghe, perchè mi sentivo sola anche in presenza della mia famiglia, e da sola non riuscivo a capire se avevo un valore oppure no.

Ho vissuto quegli anni assopita, incosciente, inconsapevole. Aspettando un cambiamento, un segnale, una rinascita. Oggi, ogni giorno apro gli occhi su qualcosa di nuovo, scopro qualcosa di me anche ora che scrivo, qualcosa che avevo rimosso riaffiora, qualche immagine, gesto. Ho fatto della rimozione uno stile di vita, ma non si può vivere sperando di salvarsi con l’amnesia, la negazione, l’assenza. Avevo letto da qualche parte che l’assenza è una estrema presenza; e immaginavo mio padre, l’innominabile, come una presenza elefantesca, titanica, troneggiante al mio fianco, invisibile e allo stesso tempo innegabile. Non sapevo che posto dare a lui, che era diventato il mio Angelo di nome e di fatto, che avevo facilmente idealizzato, io che ero la sua cocca, e non sapevo che posto dare a mia madre, il mio diavolo e carnefice, la donna dai neri precordi e dalle sopracciglia increspate, che guardavo con timore, chiedendomi dove nascondesse le corna e il forcone. Avevo creato un dualismo perfetto tra la santità di mio padre e il rossore infernale di mia madre, perchè era facile. Le persone morte diventano intoccabili, innescano nelle persone reazioni di dispiacere misto a pietà, diventano delle creature infallibili i cui errori sembrano cancellarsi magicamente. Ma la morte non dovrebbe essere un tabù, non dovrebbe essere qualcosa di cui non parlare. A me sarebbe piaciuto parlare di mio padre, anche se parlarne portava pianto o tristezza. Invece il dolore che si prova ci spaventa troppo, non sappiamo cosa farne, e lo respingiamo dietro una coltre di silenzio e reticenza.

Per anni il  mio psicologo mi ha fatto lavorare per distruggere il piedistallo su cui avevo innalzato mio padre e per smettere di spingere mia madre sempre più in basso, sempre più nel fango e nelle fiamme. Il piedistallo l’ho costruito e nutrito con tanta cura che ancora resiste, ancora regge su uno stelo sempre più sottile; e lo scenario infernale in cui dipingevo mia madre, se da un lato si allontana, dall’altro avrebbe bisogno che io le tendessi una mano e la aiutassi a uscire da quel mondo di depravazione e colpa.

Mio padre è morto a 51 anni, come Glenn Gould morì nel suo cinquantunesimo anno di vita, come anche l’altro personaggio de “Il soccombente” di Thomas Bernhard, Wertheimer. Di tutta la libreria immensa di mio padre, sono riuscita a tenermi sempre vicino questo libro, che ho letto diverse volte senza mai avere la sensazione di coglierlo fino in fondo, e da cui riporto quello che segue:

“Dopo aver superato la soglia dei cinquant’anni, ci sentiamo infami e senza carattere, pensai, si tratta di vedere per quanto tempo ancora riusciremo a sopportare un simile stato. Molti si uccidono nel corso del loro cinquantunesimo anno, pensai. Molti anche nel cinquantaduesimo, ma di più nel cinquantunesimo. Non importa se nel corso del cinquantunesimo anno si tolgono la vita o se muoiono, come si suol dire, di morte naturale, fa lo stesso che muoiano come Glenn o come Wertheimer. La vergogna che prova il cinquantenne per aver varcato la soglia dei cinquant’anni è molto spesso la causa di tutto. Perchè cinquant’anni sono veramente abbastanza, pensai. Se, superati i cinquant’anni, continuiamo a vivere, ci sembra di essere infami. Già è da vigliacchi varcare quella soglia, pensai, e ci sentiamo doppiamente meschini se i cinquant’anni li abbiamo ormai dietro le spalle.  Adesso sono io lo spudorato. Invidiai i morti. Per un attimo li invidiai a causa della loro superiorità.”

Mio padre ironizzava sul voler morire anche lui in quel fatidico cinquantunesimo anno, e io con tutte le mie forze cercavo di sorridere alle sue battute, anche se dentro di me non potevo ignorare quello che allora avevo chiamato un “presagio di morte”; avevo sentito da qualche parte nell’anima che non avrei visto mio padre diventare vecchio, che il nostro tempo insieme si sarebbe esaurito presto, eppure non ho saputo usare meglio il tempo che ci era dato. Nell’ultimo periodo, prima di quella mattina in cui lui aveva messo gli sci per non tornare, lo sentivo lamentarsi la notte, gli facevano male i denti e non lo sopportava. Mi ritrovavo a dirgli che sarebbe passato tutto, mi ritrovavo ad abbracciarlo, io che avevo bisogno dei suoi abbracci così rari. In uno degli accessi di dolore mi aveva detto: io adesso prendo la macchina e non torno più. Quelle parole me le ricordo bene, avevo fatto finta di non sentirle ma mi si erano inchiodate nel cervello, e avevo paura. Una paura a cui non volevo dare una forma, che schiacciavo sotto chili di nulla, una paura di cui comunque avrei scoperto il volto poco più tardi.

Tutto ” Il Soccombente” è disseminato di sottolineature, e non riesco a riconoscere quelle fatte da mio padre durante le sue letture, e quelle fatte da me anni dopo. Alcuni passi ricordo di averli letti con un sorriso, altri versando lacrime, altri col cuore che si apriva perchè mi sembrava di capire mio padre un pochino di più. Tra tutti, ce n’è uno che mi ha sempre lasciata a bocca aperta, e che narra il personaggio romanzato di Glenn Gould:

“Sempre e dovunque Glenn è rappresentato come uno storpio e come un debole, come l’uomo tutto spirito per eccellenza, al quale non si può attribuire altro che la deformità, poichè con essa fa tutt’uno, una grande ipersensibilità, mentre Glenn era in effetti un tipo atletico, assai più forte di Wertheimer e di me messi insieme, ciò che avevamo potuto constatare una volta di più non appena egli si accinse a tagliare via con le proprie mani un frassino davanti alla finestra della sua stanza che, come lui stesso diceva, gli impediva di suonare il pianoforte. Segò da solo il frassino, che aveva un diametro di almeno mezzo metro, a noi non permise neanche di avvicinarci a quel frassino. lo segò in breve tempo in piccoli pezzi che accatastò contro il muro della casa, è il tipico uomo americano, avevo pensato allora, pensai. Glenn aveva appena finito di segare quel frassino che a suo dire gli impediva di suonare il pianoforte quando gli venne in mente di fare una cosa semplicissima , e cioè di tirare le tende e abbassare le serrande della sua stanza. Avrei potuto risparmiare di segare quel frassino, così disse, pensai. Noi di frassini come quello ne seghiamo di continuo, ne seghiamo moltissimi di frassini come quello, disse, e pensare che usando qualche ridicolo accorgimento potremmo benissimo evitare di segarli, così disse, pensai.”

Guardatelo suonare, Glenn Gould, guardatelo, perchè non basta ascoltarlo, bisogna vederlo. “In quell’istante ebbi la certezza che in tutto il mondo non esiste un altro che sappia suonare come lui.  Si raggricciò tutto e cominciò a suonare. Suonava per così dire dal basso verso l’alto , non come tutti gli altri dall’alto verso il basso. Era questo il suo segreto.”  – ancora Thomas Bernhard. Cercate un suo video su Youtube – tipo questo https://www.youtube.com/watch?v=aEkXet4WX_c e rimanete immobili per quei dieci minuti, guardate le sue mani danzare sulla tastiera, guardatele scavalcarsi, inseguirsi, allontanarsi, ascoltatelo respirare, ascoltatelo cantare, perchè Glenn Gould “non ha mai suonato una nota senza accompagnarsi con il canto”.

Quando guardo una magia così incredibile, mi arrendo alla bellezza un po’ folle di un uomo con un amore maniacale per un’arte matematica e poetica allo stesso tempo. Penso che mio padre sarà per me sempre quell’uomo di cinquant’anni che non vedrò invecchiare, a cui spesso vorrei parlare, che disprezzava la massa ma soffriva della sua solitudine, che si rinchiudeva in una torre d’avorio a volte inaccessibile anche a me, che mi ha insegnato la bellezza della musica, mi ha resa sensibile alla magnificenza delle albe e dei tramonti, ha nutrito quella parte di me che ho amato per tanto, e che ho dovuto levigare per poter diventare una persona più accessibile io stessa. Penso che gli parlo ancora troppo poco, e che lo andrò a trovare più spesso, che sia nei miei pensieri, in una canzone, in un quadro, in un libro o dove le sue ceneri riposano.