Cotton Cheesecake

Il cibo è per me croce e delizia. Non ho mai amato cucinare, ho sempre avuto pochissima pazienza, e io credo che in cucina ne serva parecchia. Ogni tanto osservo il mio fidanzato che taglia, mescola, impana, sminuzza; usa il coltello giusto, il mestolo giusto, il recipiente giusto. A un certo punto ha anche comprato una serie di coppapasta e impiattato il riso e la pasta servendosi di quelli. Io ho sempre adorato trovare il piatto pronto, quando penso al cibo la mia bulimia me lo fa percepire come un modo di riempire un vuoto, e in certe occasioni se c’è anche solo uno stacco temporale tra il momento in cui penso a quel particolare piatto e lo addento, mi innervosisco e non so come gestirlo.

All’inizio dell’anno scolastico, al rientro dalle vacanze estive, mi sono tenuta libera il martedì pomeriggio e sera, che l’anno scorso erano impegnati in corsi di danza. Un pomeriggio ho pensato che avrei voluto prendermi del tempo per cucinare per Michi e per me; dopo anni di lezioni fino a tardi, in cui non era pensabile che mi aspettasse per cenare insieme, non sembra vero avere una sera a settimana – e in realtà sono addirittura più di una – per sederci insieme a tavola.

Uno dei primi piatti che ho cucinato sono state le lasagne. Non amando particolarmente il ragù, ho fatto qualche esperimento alternativo: ho fatto le lasagne pesto patate e fagiolini, quelle zucca porcini e gorgonzola, quelle salmone e zucchine. Io ritengo di essere molto approssimativa – e non so se è una realtà oggettiva oppure una convinzione che mi sono cucita addosso e ora mi sta stretta – ma nonostante fossero tutte buone non ce ne era neanche una che potessi definire perfetta. So che la perfezione è un’astrazione, ma mi piacerebbe creare quei piatti perfetti e senza sbavature, quei piatti da manuale di cucina, dolcezza per gli occhi e delizia per il palato. Ma i miei piatti rimangono imperfetti, approssimativi, dei tentativi abbastanza riusciti, un quasi costante, un quasi frustrante.

Eppure non mi fermo. Dopo le lasagne sono arrivate le torte. Ho fatto torte di mele, cheesecake, torte al cocco, paradiso e margherita. A volte buone ,a volte vagamente crude. Ho con le torte una enorme chiusura mentale sulla cottura. Mi indispone profondamente il non poter aprire il forno per cercare di capire a che punto sono arrivate, e a volte anche la prova stecchino non mi convince. Non so se con l’esperienza aprirò la mente, per ora ogni volta prego le divinità dello zucchero filato perchè veglino sui miei dolci.

Non mi fermo perchè da quando dedico il martedì pomeriggio a cucinare, a sporcare la cucina, a maneggiare ingredienti sempre nuovi, sto imparando qualcosa di diverso sul cibo. Sto imparando che il tempo trascorso a frullare, montare a neve, mantecare, osservare il vetro del forno è tempo che ha un senso. Ha senso aspettare, ha senso osservare gli ingredienti che cambiano forma e consistenza, ha senso fermarsi, guardare i secondi che scivolano sul timer e rimanere. Quel primo boccone, qualunque sia il suo sapore, ha il gusto della mia conquista. Il gusto di una tregua di un pomeriggio, il gusto della speranza che ci siano sempre più giorni come il martedì, in cui anche se non mi sarà possibile cucinare, saprò godere del cibo come di un nutrimento semplice, placido, rassicurante.

Oggi è il giorno della  Japanese Cotton cheesecake. Ho letto la ricetta diversi mesi fa, ma avevo appena fatto una più ordinaria cheesecake, e volevo passare ad altro. Oggi ho rivisto i passaggi, preso appunti sugli ingredienti, e tirato fuori le fruste. La torta è in forno e tra poco sarà pronta. Oggi è uno di quei giorni in cui ho fatto un regalo a me stessa, in cui metto un cuoricino sulla mia agenda. Non importa come andrà domani, oggi è un giorno di cotone morbido come una nuvola.