Flafly

 

Io lo so, lo sento, tendo verso quella direzione con tutte le fibre del mio essere. Anche se dovesse succedere quando avrò novant’anni, io andrò a vivere vicino al mare. Spesso mi chiedo come diamine ho fatto a vivere questi 37 anni così, senza avere negli occhi tutta quella massa liquida, senza riempirmi le narici di salinità e oleandro. Si dice che chi va in Africa torna con il desiderio istintivo e irrefrenabile di ripartire per la stessa meta; io ho vissuto quasi tutta la mia vita sentendo la mancanza del mare.

E’ chiaro a tutte le persone che mi conoscono anche non benissimo che ho una passione incontrollabile per l’isola di Minorca. Michi ed io ci siamo stati insieme quattro volte negli ultimi sei anni, e io fremo perchè sento che quest’anno ci torneremo. Minorca è diventata un posto in cui mi sento come a casa, perchè ho preso delle abitudini come quelle che ho qui. Ho il mio ristorante preferito, la mia spiaggia preferita, ho uno stuolo di gatti randagi pronti ad essere accuditi almeno per il tempo in cui sono lì – qualche anno fa ho accolto nell’appartamento dove stavo mamma gatta e tre cuccioli, non potete immaginare i pianti quando sono partita.. – non c’è niente come la familiarità con un posto per farlo diventare una culla accogliente e adorata.

L’anno scorso, sdraiata sull’incudine in attesa che il martello fiscale si abbattesse su me tapina – perchè di partita Iva si vive, è vero, ma se hai la mente imprenditoriale e contabile come la mia, che è paragonabile a quella di una nutria brucante sulle rive del Lambro, allora qualche errore di calcolo a un certo punto lo fai – ho dovuto dire arrivederci alla mia dolce isola,  e le ho fatto  attraverso una cascata di lacrime la solenne promessa di tornare al più presto.

Così Michi, che ha una mente contabile e un metodo di risparmio nettamente migliori dei miei, ha dovuto adattarsi e seguirmi nel mio malsano piano di alternativa a Minorca.

E’ importantissimo precisare che la mia incapacità contabile non è stata la prima e unica motivazione per la mancata vacanza baleare, ma che ben altre e molto più profonde e vitali furono il punto di partenza.

Chi mi conosce anche non benissimo sa che convivo – oltre che con il mio fidanzato e fotografo ufficiale, che sono la stessa persona, sia chiaro  –  con due creature ultraterrene dai poteri salvifici e calmanti, i gatti Tigro e Frida. Fridina bella soffre di asma ormai da diversi anni, e per quanto io la stia facendo seguire da una veterinaria e per quanto sia diventata esperta nel riconoscere e annientare i sintomi di crisi respiratorie che alle prime ripetizioni mi hanno fatto perdere quindici anni di vita l’una, non sta perfettamente bene. E una delle ultime volte prima della scorsa estate la veterinaria aveva pronunciato le parole fatidiche da cui tutta questa storia origina: “Portarla in montagna potrebbe non cambiare niente, perchè se è allergica alle graminacee qui o lì è uguale. Sicuramente sarebbe meglio portarla al mare, l’aria di mare non può farle che bene”.

Taaaaaaaac!! Nel giro di due giorni avevo già prenotato un appartamentino sopra San Lorenzo al mare, in un paesino arroccato su una collina a qualche chilometro dal mare. Così Frida avrebbe respirato aria buona, Tigro avrebbe fatto la lagna tutto il viaggio in macchina, nonostante tutti i calmanti spray ai feromoni che credo di avere utilizzato anche come deodorante in quei giorni, ed io avrei potuto almeno posare lo sguardo e perchè no anche tutto il resto del corpo sul mar ligure, tra una focaccia e una trofia al pesto, of course.

Durante il viaggio in macchina Tigro non si è smentito, ha fatto due ore con gli occhi spalancati e la bocca aperta tipo fame d’aria – altri quindici anni di vita persi per la sottoscritta che si agita, facendo agitare ancora di più i mici in una spirale degenerativa senza fine – Frida due miao detti senza convinzione solo per fare finta che la situazione non le andasse a genio, perchè è una femmina e deve dire che non va bene per principio , chissà da chi ha preso. Arrivati, ci siamo installati nel nostro appartamentino con vista mare, scoprendo con orrore che tutte le finestre davano sul tetto e che la casa da quel lato si affacciava su uno strapiombo tipo rupe Tarpea.

Però il paesino era carino, certo non avrebbe guastato un po’ di privacy in più, visto che il nostro balcone era a un metro e mezzo da quello della casa DI FRONTE. Pretese da milanesi, forse.

Cento anime e due ristoranti, uno al piano di sopra uno al piano di sotto della stessa casa, una chiesa, una ringhiera panoramica vicino alla fermata dell’autobus, una fontanella, migliaia di gatti sopra e sotto le macchine, una piazza-parcheggio con sagra degli arrosticini e spettacolo di magia per i bambini. Nel suo piccolo, anzi minuscolo, c’era tutto quello di cui avevamo bisogno. E poi tornare a casa in un posto di vacanza e avere i miciotti, era davvero bellissimo.

Una sera usciamo per dare un occhio ai due ristoranti, decidiamo di partire dal piano sopra. Dato un occhio al menu, entro e vengo rimbalzata subito fuori, non faccio in tempo ad aprire bocca che i tavoli si riempiono tutti senza darmi una sola chance. Mi sento come Fantozzi quando cerca di sedersi al tavolo con la Silvani mentre Calboni, di fianco alla suddetta, comincia e mettere saliera coltello e forchetta nei posti palesemente liberi ripetendo la parola: occupato! Uscendo, incrocio un gruppo di persone che entra nel locale, ai loro piedi una palla di pelo rossiccio con la coda arricciata. Le sorpasso, e vedo che la palla di pelo cambia direzione e comincia a scendere la strada insieme a me. Impostato il tono di voce specifico per animali tenerosi di tutti i tipi, specie se cuccioli, favori da chiedere al fidanzato o coda di paglia dopo aver commesso qualche immane cazzata, mi rivolgo alla pala di pelo per dirle di stare in parte sulla strada, che passano le macchine. Senza il minimo dubbio che la palla di pelo possa capire alla perfezione ogni mia parola.

Ma la palla di pelo o capisce male oppure se capisce ha proprio un istinto suicida, perchè si butta di nuovo in mezzo alla strada e io mi devo lanciare giù per la discesa a fermare una macchina che sale. Alla fine della discesa inizia uno dei carruggi del paesino, e c’è un muretto basso su cui mi siedo e chiamo la palla di pelo.Non faccio in tempo a sedermi che il cagnetto è già seduto vicino a me e mi guarda. Mando Michi in avanscoperta al ristorante del piano di sotto e intanto do libero sfogo al mio spirito da protezione civile. Guardo se il cagnetto ha una medaglietta. Ce l’ha. E’ a forma di osso, da una parte c’è un numero di telefono, dall’altra il nome: Flafly. Chiamo, mi risponde un signore, gli dico che ho trovato il suo numero sulla medaglietta del cane, se può venire a riprenderlo, io lo aspetto lì. Mi dice che ogni tanto lo fa, di scappare,che arriva, e riaggancia. Flafly sta tranquilla sul muretto di fianco a me. Michi torna, a quanto pare andremo a mangiare al ristorante di sotto. Dopo tre minuti arriva dal lato opposto al carruggio dove siamo seduti una ragazza con una portafogli in mano. Quando cammina guarda il cane, e penso che forse al posto del signore è venuta lei a riprendere Flafly. Quello che lascia secchi Michi e me, però, è proprio la reazione di Flafly. Appena vede la padrona sgasa, sgomma in partenza e mette subito la quarta su per la strada da cui eravamo scesi cinque minuti prima. Come dire, se la dà a gambe levate. E la padrona comincia a correrle dietro. Le urlo: E’ lei la padrona? E lei correndo: Si si sono io, Flafly è un po’ monella e ogni tanto scappa. Grazie!

Io e Michi ci guardiamo, riguardiamo quelle due che salgono, Flafly davanti che non sembra più un volpino ma una gazzella, tanto sale in alto il suo culetto peloso quando corre, e dietro la padrona che la insegue senza troppa convinzione, con una certa rassegnazione, come se questa fosse l’ultima di una già lunga serie di fughe. Continuiamo a guardarle, anzi dopo tre secondi vediamo solo la padrona, perchè Flafly si è già inerpicata su per il tornante ed è scomparsa.

Tornati a Milano, dopo l’avventura con Flafly ogni cane che assomigli anche vagamente a un volpino per noi è Flafly, con quello sguardo da mostriciattolo prepotente e furbetto.

Dopo un paio di settimane, non so bene come, su Facebook trovo un gruppo in cui vengono postate foto di cuccioli di volpino, probabilmente si tratta di un allevamento perchè sulle varie foto c’è la scritta “disponibile”. Non ci penso due volte a richiedere l’iscrizione. E sopra ogni cosa, quello che mi spinge è il nome. Il nome del gruppo: Belli e monelli. E Flafly sia.