Fra le vivaci braccia del vento

Michi guarda estasiato la montagna dalla punta aguzza che ha di fronte, poi si volta verso di me e mi dice: Il problema qui è il vento. D’istinto gli rispondo: Il vento non è un problema, ma una caratteristica di questo posto. Non ci ho pensato neanche un secondo, ho rigurgitato la mia risposta come se fosse stata sempre lì, pronta per essere espressa e farmi capire qualcosa. Mentre parlavo ho capito l’essenza di questo viaggio in Islanda.

Questo è il regno del vento, che racconta la sua mutevole storia. Fa i capricci sulle ali di un gabbiano, scava lacrime sui visi ostinati, sobilla la danza furiosa dei fiocchi di neve, increspa le chiome dei cavalli selvatici, mescola le nuvole con prepotenza. Su quel tratto di mare asciugato dalla bassa marea la sabbia nera è cosparsa di conchiglie, il dorso rigato affiora appena, nell’attesa che l’acqua torni a dissetarle. L’impronta delle scarpe è un’apparizione fugace, la mano del vento passa veloce piallando la superficie, che torna pulita, selvaggia. Quella stessa mano afferra il tuffo festoso delle cascate, ne fa schiuma che si perde nell’aria e si dissolve.

Gli occhi bevono avidi questi paesaggi superbi, esultano delle distanze, del sole che filtra attraverso i nembi, delle cime piatte delle montagne, delle serpentine sinuose delle strade, dei colori, in toni che profumano di sale e cannella.

Nel collage di foto qui sopra, ce n’è una che ritrae la montagna che ha nome Kirkjufell  e vicino la chiesa di Grundarfjörður, il paese che le sta di fronte. E’ facile intuire come il significato di Kirk sia “chiesa”, e altrettanto facile capire il mio stupore quando ho visto la foto e realizzato. In quello scatto la chiesa dal tetto rosso sovrasta la chiesa fatta di roccia e vento. Nella realtà l’architettura naturale è potente, magnifica, maestosa, e la costruzione umana afferma la propria dignità senza fronzoli, serena, solida, consapevole del gigante che la contempla.