High Noon – Mezzogiorno di fuoco

Il tempo è relativo. Non è un’entità assoluta, è piuttosto una sostanza elastica, che si contrae e si dilata in base alle nostre percezioni. Non siamo mai gli stessi, mai uguali, sempre in divenire, sempre in cammino verso la nostra ultima, sconosciuta meta. Alla veneranda età di 37 anni rifletto spesso sul tempo, guardo gli anni trascorsi, guardo alla mia vita e a tutte le cose fatte, faccio bilanci. E ogni volta che mi fermo a pensare alla mia vita considerata nella sua globalità, giugno alla conclusione che mi piace molto il momento presente, che adoro la consapevolezza che sento di avere oggi, mi piace questa coscienza che ho delle cose, non di tutte, ma di tante. Oggi so che posso e voglio assaporare ogni istante, sembra banale ma davvero come se fosse l’ultimo. Mi capita spesso di pensare alla morte, a come ci sentiamo invincibili ed eterni quando facciamo progetti, a come in fondo la fine del nostro soggiorno terreno sia assolutamente imprevedibile,  e a come sia profondamente radicato nella nostra natura l’istinto di progettare, creare, evolvere. In milioni di anni di esistenza della Terra, il tempo impegnato dall’uomo nella sua ricerca è una parte infinitesima, minuscola. Eppure, per quanto microbi in un universo di pianeti e stelle, è più forte di noi tendere all’infinito, anelare alla conoscenza, al miglioramento. Siamo dei sognatori, con i piedi per terra e lo sguardo al cielo, pronti a creare l’occasione per spiccare il volo.

Io ho sofferto per tanto tempo di quello che chiamo il “complesso del ritardo”. Qualcuno quando ero molto giovane mi aveva parlato del famoso treno che passa una volta e che non lo devi perdere, ed ero rimasta molto colpita. Mi ero sentita incapace di salire su quel treno, mi sono sentita per tantissimo tempo in ritardo. Per me era una questione di capire cosa volessi, e anche una questione di non riuscire a vedere e a cogliere opportunità che la vita mi stava offrendo, e di cui mi accorgevo solamente molto tempo dopo. E sono cresciuta ripetendomi che sarei arrivata sempre in ritardo, che quel treno sarebbe sempre stato fuori dalla mia portata. Bullshit. Cazzate. Avrei solamente avuto bisogno di qualcuno che mi dicesse : Silvia non c’è nessun treno, nessun ritardo, ogni cosa arriva quando le congiunzioni astrali sono propizie o quando il destino ha deciso che puoi riconoscere un insegnamento in quello che ti accade. Per fortuna nessuno mi ha detto niente, così ho potuto impararlo da sola. Con i miei tempi, ovviamente.

Non dico di essere arrivata da nessuna parte oggi. Però posso guardami allo specchio e pensare che sto diventando il mio più grande capolavoro. Ancora prima del mio lavoro, ancora prima dei figli che potrei un giorno avere, sto dipingendomi pennellata dopo pennellata – io che non sono capace di disegnare e mi sarebbe piaciuto immensamente – sto tracciando linee, sfumando, riempiendo i contorni di colori. Sto prendendomi cura del mio involucro fragile e caduco, perchè non posso prescindere da quello per cullare l’universo che c’è dentro. Sto riconoscendo con fatica la bellezza di un corpo che mi è stato scomodo da che ne ho memoria. Facendomi carezze che solo io posso darmi. Seguendo percorsi inattesi, aprendomi a volte alla piuma di persone che raccontano una storia sulla mia pelle – una storia che stilla dalle loro dita ma che è mia più di ogni cosa.

Circa sei mesi fa ho concluso una collaborazione con una società milanese per la quale insegnavo una attività magica e ignota chiamata “ginnastica del risveglio”. Persone dai 60 anni in su che oltre a volersi muovere un po’ amavano anche il momento di aggregazione, la chiacchiera con i compagni, il fatto di ricevere attenzioni da un’insegnante e l’idea di trascorrere del tempo migliorando la propria giornata. Quando ho deciso che sarebbe stato più vantaggioso dedicare quelle ore del mercoledì mattina a un’attività diversa, in un posto più vicino a casa, non ho avuto dubbi sulla mia scelta. Ma averli davanti e vedere le loro reazioni alla mia dipartita è stata tutt’altra storia. L’ultima settimana di lezione mi hanno portato una busta, mi hanno detto di aprirla solo a casa, e di godermi le vacanze – ci siamo salutati subito prima della pausa estiva dei corsi. A casa ho aperto la busta: tutte le loro firme, un “Per le tue vacanze” e 140 euro, raccolti tra tutti. Dopo essermi sciolta di fronte a tanta dolcezza, non ho avuto il minimo dubbio su come sarebbero stati spesi quei soldi. E non sarebbe stato per le vacanze. Avevo deciso in quel momento di trasformare quel gesto di amore da loro verso me in un gesto di amore da me verso me stessa.

Tre settimane dopo tornavo da Crema con il mio primo disegno indelebile sulla pelle, un mandala attraversato da uno schizzo di inchiostro e arricchito da una texture rossa in stile dotwork che mi hanno detto poi essere il fiore della vita. Il mio primo tatuaggio. A 37 anni. Dopo avere pensato per una vita che non ne avrei mai fatto uno. Dopo avere pensato che erano belli sugli altri ma su di me no. Dopo avere pensato per una vita che il mio corpo non era sufficientemente bello, che non avevo motivi per decorarlo.

Oggi so che quella busta con dentro quel biglietto e i soldi, quel gesto così amorevole mi ha cambiato la vita.

Perchè ho cominciato a vedere la mia pelle come una tela su cui posso raccontare la mia storia, attraverso le mani preziose e abili di artisti che ammiro.

Dopo il dotwork di Davide sono arrivate le bambole di Pamela. Prima la bimba con le forbici e gli occhi arrabbiati, con il vestito a pois e una pallotta di pelo nero  – il primo ritratto di Frida – ai piedi. Quelle forbici le avevo impugnate davvero qualche anno prima, per esprimere la mia incapacità ad accettare qualsiasi tipo di abbandono anche solo immaginato o in potenza, per esprimere la mia paura di non essere amata per come sono, paura di non essere abbastanza, di non essere sufficiente. Le ho volute sulla pelle per non prenderle più in mano. Poi è arrivata la bimba coi gatti. Una bimba arrabbiata con la frangetta e una molletta a forma di teschio tra i capelli, che tiene in braccio un micio bianco e rosso dalla coda lunga lunga – Tigro – mentre su in cielo, tra le nuvole, c’è un micio accoccolato che dorme, un micio volato sul ponte dell’arcobaleno troppo presto, per quel che mi riguarda – Matilda. Ho pensato a Matilda tutti i giorni da quando se n’è andata, eppure da quando ho il suo musetto sulla spalla la sento ancora più vicina, la sua presenza mi calma e mi addolcisce.

Non capivo a cosa servissero i tatuaggi – e ancora adesso sto cercando di dare forma al significato che hanno per me – ,  fluttuavo tra il puro scopo decorativo  e la densa connotazione concettuale. Mi sbagliavo in entrambi i casi. Il tatuaggio trasuda una storia che aveva già una forma prima dell’inchiostro, affiora da una pelle su cui erano già tracciati i suoi contorni , solo non erano visibili. Per me il tatuaggio è esperienza metafisica e rivelazione. Il disegno ai miei occhi non è mai stato prevedibile, si è composto in combinazioni inaspettate, su cui ho dovuto riflettere e che in parte ho dovuto accettare – discostandosi dalla mia idea iniziale.

E l’ultimo è la dimostrazione inconfutabile che quello che dico è vero.

A novembre dello scorso anno ho scoperto che un tatuatore che tengo d’occhio da parecchio – e ne ho diversi, sparsi in giro per il mondo – sarebbe venuto alla Milano Tattoo convention. Gli ho scritto subito per capire se avrebbe preso appuntamenti, e ho avuto modo di riservare quattro ore venerdì pomeriggio. Quando mi sono presentata al suo cospetto non sapevo neanche bene che faccia avesse – parlo di Noon, francese di Troyes ma che si sposta spesso su Londra e New York – e mi sono trovata davanti  un bel cinquantenne brizzolato con il foulard al collo e le scarpe eleganti. A me bastava che avesse portato con se le sue mani preziose e il suo stile così affascinante, unico, inconfondibile. C’era tutto.

Il primo disegno che Noon ha abbozzato sulla mia schiena mi convinceva solo in parte, gli avevo chiesto una figura femminile che in quella prima bozza era solo un mezzo busto molto stilizzato e con le braccia conserte, una posizione che non ho mai amato, mi trasmette chiusura, mi pare sia un gesto che respinge le persone. Quando gli ho chiesto di modificare il disegno non ha fatto i salti di gioia – credo di avere visto un flessore del collo contrarsi in un gesto incontrollato e un bagliore attraversargli lo sguardo per un attimo, ma può anche essere frutto della mia immaginazione – ma ha accettato. E quello che ha tirato fuori è l’immagine più bella, dolce, serena, luminosa che abbia mai visto.

Il tatuaggio è sofferenza. E’ dolore, sangue. L’ago trafigge la carne infinite volte, portatore di meraviglia e colore. Piegata in due su quella sedia con la schiena curva immaginavo dietro di me Noon tipo scienziato pazzo, con il camice insanguinato e un ghigno sadico sul volto. Perchè è dalla sua follia creativa che è nato il mio tesoro. Più di una volta ho creduto di non farcela, di perdere conoscenza, di essere arrivata al limite ultimo della mia resistenza. Mi ripetevo: conta fino a dieci, respira, respira, resisti, non andare contro al dolore ma accoglilo, respiraci dentro, non contrarre i muscoli ma rilassali, accetta il dolore come se cavalcassi un’onda.La parola “anestetico” è stata pronunciata da Noon mezz’ora prima della fine – a detta sua perchè per poter fare effetto la pelle doveva già essere aperta – quando ormai avevo scomodato gran parte dei santi in cielo, e devo dire che Noon ha omesso che non avrebbe passato quel liquido magico su tutto il disegno, ma solo su una parte. Posso dire di avere vissuto un’esperienza mistica negli ultimi minuti, a metà tra l’orlo di una crisi isterica e la rivelazione del mistero divino.

D’altra parte, se non credessi che il dolore ha un valore fondamentale nella realizzazione del tatuaggio, avrei chiesto a Noon di disegnarmi quella stessa immagine su una tela e l’avrei appesa a casa su una parete. Invece passo la mano sulla schiena e vorrei riconoscere al tatto i dettagli del disegno.

Guardo la foto che Noon ha fatto al suo lavoro appena finito e non mi pare vero che un disegno così meraviglioso abbia preso posto sulla mia schiena. Guardo la complessità delle texture e delle sfumature, e sono incredula e senza parole di fronte alla bellezza e al senso di un disegno che non avrei mai immaginato così. Una figura morbida e serena, circondata dai papaveri, con papaveri e foglie tra i capelli, tre linee essenziali per definire la sua espressione, pacifica. Sovrastata da una presenza un po’ prepotente – il secondo ritratto di Frida, che è proprio così, perentoria, spietata, arrogante. Quella figura femminile dalle gambe lunghe e le forme rotonde,con la testa appoggiata su una mano, sembra assaporare il momento e la vita come voglio fare io. Ad occhi chiusi, con fiducia, in pace. Contenta e innamorata di ogni centimetro del suo corpo, curiosa di scoprire quali altre storie vedrà affiorare sulla pelle.