I feel pretty ovvero anche le Emily Ratajkowski vengono lasciate

Ebbene si, anche quelle col culo da un milione di dollari vengono lasciate, hanno problemi di depressione e autostima. Emily Ratajkowski, al tuo alter-ego nel film di cui sto per parlare, vaffanculo.

Un piaio di giorni fa ho visto l’ultimo film con Amy Schumer, I feel pretty. Ci sono arrivata attraverso una ricerca su Youtube. Avevo trovato su Facebook un paio di video di stand-up comedy che mi facevano morire, e poi tra i video suggeriti ne ho trovato qualcuno di Amy ospitata da Ellen Degeneres e Jimmy Fallon. In una delle interviste Amy dichiara di avere sempre saputo che il suo corpo era decisamente lontano dagli standard del cinema americano “mainstream”, e in modo semi serio che sulla West Coast le sue braccia vengono catalogate come gambe. L’ho trovata strana, brava, simpatica e tagliente. Diversa da altre mie attrici preferite: meno dolce di Kristen Wiig, più down-to earth di Rebel Wilson, meno dirompente di Melissa Mc Carthy. Visto il trailer, ho dovuto assolutamente cercare il film intero.

Renée è una trentaequalcosenne che si guarda allo specchio la sera togliendosi la pancera e prova disappunto. Lavora per la casa di moda dei suoi sogni ma come addetta al sito internet, rinchiusa in un sottoscala. Quando ordina un drink al bar ci mette due anni perchè i baristi cagano quelle carine prima di lei. Frequenta lezioni di spinning in una palestra in cui spera di realizzare il cambiamento che la farà stare meglio. E quando durante una di queste fatidiche lezioni cade malamente dalla bici e prende un colpo in testa, si sveglia con una percezione totalmente diversa del suo corpo e di quello che vede nello specchio. La sua autostima fa un salto da zero a un milione, e Renée si sente autorizzata a migliorare la sua vita su tutti i fronti. Può “osare” aspirare a un ruolo diverso, nel front office della casa di moda, può indossare quello che le piace, flirtare in lavanderia, guardarsi allo specchio ed essere totalmente soddisfatta di quello che vede.

Perchè è dai tempi di American Beauty che il mio pallino è quello di “guardarmi allo specchio e stare bene nuda”. Specchio maledetto. Io ho sempre odiato la mia pancia. Non mi sono mai dispiaciute le mie gambe, mi piace la mia bocca, mi piacciono le mie braccia da ex-nuotatrice. Però odio la mia pancia, il mio naso è troppo grosso, ho perso un sacco di capelli quando è morto mio padre e da allora ho un complesso che mi tormenta. Se penso a quale malvagia combinazione di eventi mi ha fatto scegliere come hobby prima e come lavoro poi la danza del ventre…Rimango perplessa. Io che odio la mia pancia l’ho portata sui palchi di mezza Europa, scoperta, senza neanche un filtro, un velo di tulle, niente, nada. Lì, alla mercè di tutti. Certo, ogni tanto mi sono messa a dieta, e dato alla mia pancia una dimensione e un aspetto QUASI accettabili, ma soprattutto negli ultimi anni la situazione mi è sfuggita di controllo. Per una persona bulimica come me, la pancia è l’evidenza del male che mi faccio reiterando il circolo delle abbuffate. In alcuni momenti, distrutta dopo un episodio, sono uscita con la pancia talmente gonfia da sembrare incinta di parecchi mesi, facendo finta di esserlo davvero, incinta, perchè immaginare di essere incinta era meno disdicevole e devastante che ammettere quella pancia riempita e svuotata subito. Eppure la pancia di una persona bulimica non è grande, c’è, è lì, ma non urla un problema, ti si appiccica addosso con persistenza, resiste strenuamente a ogni tentativo di eliminazione, può dimagrirti il seno, l’interno coscia, possono scavartisi le guance, ma la pancia è sempre lì. E spesso ho il dubbio che sia sempre lì perchè aspetta che io inverta la rotta. Spera che io inizi ad amarla, che sia felice di averla con me, spera che io non pensi più a lei come a una zavorra o a una palla di piombo, no, spera che io sia felice di come sono, e spera di essere nutrita senza che le venga tolto subito tutto quello che le viene dato. Perchè gli anni di maltrattamento hanno creato un’entità quasi a sè stante, separata dal mio corpo nonostante sia ancora il mio corpo, una sorta di bambola dell’orrore che gestisce i miei pensieri e si agita costantemente dentro di me, un piccolo alieno malefico che devo ad ogni costo rispedire nella sua galassia.

Perchè, sempre all’alba dei quaranta, non sono ancora nella fase regressiva di questa malattia, se si può parlare di guarigione. Il cibo è sempre e comunque un fantasma, un incubo, una valvola di sfogo, amore-odio, anche se spesso più odio che amore, necessità e terrore. Sisi il percorso terapeutico continua: per migliorare questo rapporto con la mia pancia e riversare la mia rabbia in altre direzioni, meno dannose per la mia salute. E comunque, da certe malattie non si guarisce, da certe dipendenze non ci si libera. Si migliora, si imparano dei metodi per arginare le sensazioni profonde che ci fanno stare male, si cerca di capire il perchè, il come, il quando tutto può essere cominciato; ma si vive sempre con una carogna sulla spalla, con l’orecchio teso, perchè anche nei momenti di quiete la tempesta è pronta a scatenarsi di nuovo, spesso inaspettata.

Diciamo che mancanza di autocontrollo e approssimazione, di cui parlavo nel mio post precedente come tratti della mia personalità, sono un po’ la descrizione di una persona che mangia e poi rigetta tutto. Vuoi cambiare il tuo corpo perchè non ti piace, eppure non riesci a seguire nessuna dieta, smetti dopo qualche giorno; vuoi fare dei cambiamenti, ma in qualche modo rimani perennemente intrappolata nella tua vita di sempre. Quindi, di base, non cambia mai niente. Ed è questa sensazione di immobilità stagnante ad essere insopportabile e distruttiva.

Ora, è finito il tempo in cui mi piangevo addosso, direi che sono più nella fase: “testa di cazzo cosa aspetti a muovere il culo e finalmente a smettere di vomitare che hai quarant’anni”. Eppure c’è una vocina – si…ne sento tante di vocine..- che mi dice che c’è un tempo per ogni cosa, che dovrei guardare a quella che ero dieci anni fa, e riconoscermi gli stramaledetti progressi che, qualunque visone distorta io possa avere, ho fatto.

Quando ho scoperto come il titolo di “I feel pretty” è stato tradotto in italiano, mi sono incazzata parecchio. “Come ti divento bella”. Whaaaaaaatttt???

Come io divento bella ai tuoi occhi? Per te? Divento? I  – IO –  feel – MI SENTO – pretty – BELLA.  Io mi sento bella, lo sento dentro di me, senza nessun cazzutissimo riferimento al mondo che mi sta intorno. Che male c’era a tradurre in modo letterale? Troppo banale? Bisognava per forza farlo diventare una frase arzigogolata come solo noi italiani sappiamo fare, quando il concetto è di una semplicità a dir poco sconvolgente? Troppa paura che ognuna di noi lo faccia diventare un pericolosissimo mantra da recitare tutte le mattine davanti allo specchio? Troppa paura che aumentando la propria autostima poi le donne comincino a pretendere troppo? A osare troppo?

E comunque, anche le belle ( o almeno quelle che rispettano tutti gli standard modella-magrissima-faccia da angelo ma con un twist sensuale) piangono. Giuro che ho riguardato almeno cinque volte la scena in cui Amy Schumer becca nello spogliatoio della palestra una Emily Ratajkowski in lacrime perchè il suo fidanzato l’ha lasciata, e le dice ” I wanna punch you right in your dumb face right now”  – Voglio prendere a pugni quella tua stupida faccia proprio adesso – , perchè Emily tira fuori una mancanza di autostima nonostante il suo corpo da favola. Cosa che la Ratajkowski nella vita reale, col cazzo.

Non è vero che le belle piangono e che le meno belle piangono di più. E’ vero che lo specchio ci rimanda solo una parte di quella che noi pensiamo essere la nostra immagine. A volte è distorta, deformata come in una casa degli specchi. Cambia ogni giorno, la vita non è mai una linea piatta su cui si scivola in modo armonioso. E’ chiaro che noi non siamo solamente quello che vediamo nello specchio, no? Siamo un universo intero di idee, pensieri, fragilità, qualità, dolore, gioie, ferite, desideri.  E’ a questo che dovremmo pensare quando ci guardiamo allo specchio: che quello che vediamo è la millemilionesima parte di quello che siamo.

Oggi mi guardo allo specchio e provo a dirmi che sono bella, mi faccio un sorriso incerto che rimane sulle labbra e non raggiunge gli occhi; mi metto un filo di rossetto, un po’ di matita sotto agli occhi, un po’ di mascara; mi faccio la coda, metto una rosa tra i capelli, mi sistemo la frangetta. Mi riguardo, non sono convinta. Disfo tutto, forse meglio coi capelli giù; sistemo le sopracciglia, metto un po’ più di ombretto, magari le ciglia finte… Ma anche così non va. Passo più di mezz’ora a provare e riprovare quello che potrebbe farmi stare meglio. E quando raggiungo una parvenza di riflesso mediamente soddisfacente, il dubbio rimane. Mi chiedo quando riuscirò ad essere un giudice di me meno inclemente.

Oggi va così, oggi è tutto quello che ho. E domani sarà un nuovo oggi in cui ci proverò, di nuovo.

 

 

 

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