Il posto dei mughetti

Lavoro quasi tutti i giorni della settimana, molto spesso lavoro anche durante il weekend. In alcune giornate ho delle ore libere che posso dedicare alla cucina, alla casa, ai mici. Altre sono talmente piene che la mattina mi chiedo se sarò in grado di arrivare a sera senza crollare –  ho una immagine alquanto inquietante di me che mi butto sul pavimento e comincio a piangere battendo i piedi per terra e strappandomi i capelli sul pavimento dello studio in cui lavoro –  mi chiedo se sarò in grado di reggere la pressione che in fin dei conti sono io ad auto impormi, quando potrei evitare di pensarci in the first place. Le giornate più devastanti sono mercoledì e giovedì, mi ci tuffo quasi come se entrassi in apnea e aspetto il giovedì sera come un’oasi dissetante e piena di meraviglie; mentre lavoro penso a me seduta sul divano di casa davanti alla Tv, pronta per fare il tifo al mio preferito durante la nuova puntata di Masterchef. Nella realtà dei fatti arrivo a casa, ceno, mi sistemo sul divano e immancabilmente perdo conoscenza durante la sigla iniziale, e in lontananza sento Michi borbottare che non è possibile che lui adesso cosa fa che neanche fino alle undici resiste. Io la volontà l’avrei anche, di stare sveglia. E’ che appena inclino il busto e appoggio la testa sul mio braccio ripiegato avviene una sorta di passaggio naturale al mondo dei sogni.

Mi sono tenuta libera il venerdì per svolgere tutte quelle attività che durante la settimana non riesco a compiere, per mancanza di tempo, attenzione e voglia. Ho sempre pensato al venerdì come al giorno delle rotture di coglioni. Le beghe, i problemi, le incombenze, quelle che cerchi di rimandare ma che prima o poi ti si ripresentano. Eppure ora che ne sto scrivendo mi sembra che potrei pensare al mio venerdì in modo completamente diverso. Potrei pensare al mio venerdì come al giorno del problem solving, dei compiti portati a termine, delle spunte sull’agenda. Si, io sono la donna delle spunte sull’agenda. Mi dà una soddisfazione pazzesca alla fine della giornata guardare la pagina e disegnare quei baffetti su ognuno degli impegni che avevo scritto in precedenza. Mi viene da pensare: brava Silvia, anche oggi hai fatto tante cose, hai fatto il tuo dovere,ora sì che puoi stare un po’ tranquilla. Sono anni che scelgo con cura la mia Moleskine – quest’anno è bianca e con la faccia del Joker in copertina – che mi rassicura con tutte quelle sue righe ordinate; io ci scrivo i miei impegni, e puntualmente li spunto tutti. Se certe cose ti rendono una persona migliore e più felice, perchè no?

Il venerdì è soprattutto il giorno in cui vado a trovare mia nonna che sta ad Arona. Le vado a fare la spesa, facciamo due chiacchiere, se c’è qualcosa di particolare la faccio, richieste di analisi, soste dal medico, spedizioni in farmacia. Vive con una badante africana che è l’immagine della pace scesa in terra; da quando è arrivata mia nonna sorride sempre, è serena, ha le guance rosse, mangia bene, e quando fai una battuta ride di gusto. Nell’ultimo periodo ha perso un po’ di peso, quindi quando vado Jacqueline ed io la mettiamo sulla bilancia. Oggi, dopo aver scoperto che ha ripreso un chilo, l’abbiamo rimessa nella sua sedia e le ho toccato la pancia dicendole : Nonna guarda non hai più pancia! Devi mangiare di più!!! E lei che soffre il solletico è scoppiata a ridere e ha cercato di allontanarsi, il che mi ha spinta a farle il solletico ancora di più. Come nipote ho il dovere di scoprire i suoi punti deboli, e usarli contro di lei, ovviamente.

Casa della nonna è alla fine di una discesa asfaltata, il passaggio è condiviso con un negozio di auto ricambi. Negozio che, da quando io mi ricordo, è sempre stato il cruccio dei miei nonni prima, dei miei genitori poi. E non sarei una degna erede se non l’avessi fatto diventare il mio cruccio. Perchè il passaggio e la sosta delle macchine che si ferma per il negozio è devastante, e la mia famiglia ha sempre avuto l’impressione che i proprietari facessero quello che volevano, senza troppo rispetto per la convivenza pacifica dei condomini.

La nonna ha un prato su quella discesa asfaltata, delimitato per metà. E’ il prato in cui il nonno aveva piantato le rose, il prato in cui sono cresciute selvaggiamente le ortensie, il prato in cui mettevamo un tavolino per fare i compiti delle vacanze, mia sorella ed io, il prato in cui abbiamo piantato tre abeti raccolti piccoli piccoli nel bosco quando io andavo alle elementari, e che oggi sono altissimi, belli, rigogliosi. Essendo delimitato solo per metà, l’altra metà è stata oggetto di devastazione dal continuo passaggio di macchine, che hanno appiattito l’erba, rovinato i fiori, divelto i sassi appoggiati dal nonno. Io ho messo dei paletti piantati nel terreno la prima volta, che sono durati due giorni, ci ho riprovato chiedendo al giardiniere di metterne altri di ferro, che sono durati due settimane. Ora passerò direttamente ai panettoni in cemento, che magari sono un deterrente un tantino più efficace. Ma non è detto. Oggi come se non bastasse ho trovato la porta del box in lamiera  – anche quello tirato su da mio nonno nel 500 avanti Cristo – divelta per metà, come se qualcuno avesse voluto curiosarci dentro. E mi è partito l’istinto omicida.

Perchè diciamo la verità, io posso anche cercare di vedere il positivo nelle cose, ma quando vedo una porta mezza storta perchè qualcuno ci si è messo di impegno allora ho il sacrosanto diritto a un glorioso giramento di coglioni.

Eccolo lì, il nocciolo della questione, la contingenza che mi costringe a una ben più profonda meditazione. Perchè quando io vedo la porta divelta faccio la scena madre, comincio a tirarne tante ma tante ma tante al colpevole – del quale ho una vaga idea ma nessuna prova, purtroppo – che ho il fiatone ancora prima di salire le scale di casa. Devo dire che urlare e tirare giù i santi mi libera abbastanza, però ammetto anche che alla lunga non risolve proprio niente, e che quella virgola di soddisfazione mi sembra una gioia insulsa, inutile. Mi sembra di subire un’ingiustizia per la quale non so bene quale rimedio trovare. Ma non tanto al delimitare il prato, quello lo posso fare in qualunque momento. Posso anche mettere delle telecamere per scoprire finalmente chi è che passa il tempo a scardinare le porte dei box.

Ma la mia reazione? Come faccio a evitare di farmi ribollire il sangue ogni volta che percorro quella benedetta discesa, quasi senza guardarmi intorno per paura di vedere ogni volta qualcosa di nuovo, qualche vandalismo nuovo sui ricordi della mia infanzia? Perchè io veramente quando guardo quel prato e la spianata davanti al box ho tantissime immagini che mi tornano in mente. Le caldarroste cotte sopra alla stufa a legna, le Barbie stese a prendere il sole intorno alla piscina fatta con gli avanzi del marmo che il nonno lavorava, i narcisi che anno dopo anno crescono ancora nella loro piccola aiuola, e il posto dei mughetti di cui il nonno mi aveva fatto un mazzetto il giorno della cresima, quel mazzetto che avevo stretto a me come se fosse la cosa più preziosa del mondo.

E ora che rileggo queste ultime righe finalmente la vedo. La soluzione, la cosa più importante, che quasi mi sfuggiva.

La nonna ha quasi sempre le mani fredde, come me. Quando arrivo da lei io invece ho sempre le mani bollenti, perchè ho portato la spesa per due piani, magari facendo un paio di giri, e tra la fatica e la rabbia per il prato ho guance a mani in ebollizione. Ma le sue sono fredde. Allora gliele prendo, le sfrego, le tengo nelle mie. Lei mi guarda, mi sorride, le sorrido anch’io. E tutto torna.Il ricordo mi farà sempre vedere quel prato con i miei occhi di bambina. Di bambina felice. Non vuol dire che lo lascerò alla mercè dei vandali, no. Significa che mi permetto di vedere oltre a quello che quel prato è diventato ora.

E posso lasciare che tutti i ricordi di quando andavo dalla nonna i sabati e domeniche e d’estate fluiscano, perchè sono ricordi che mi fanno stare bene.

Facevamo l’orto insieme, a pensarci bene mi capita spesso di parlare dell’orto della nonna. Ho da qualche parte una foto di me senza gli incisivi con la maglietta gialla con le fragole, i jeans corti corti e i sandaletti bianchi, seduta per terra in mezzo alle patate appena dissotterrate. Adoravo raccogliere le patate. E le carote. Non avevo pazienza di aspettare, non sapevo riconoscere dal ciuffo quelle pronte e quelle no, mia nonna lo sapeva ma io testarda le tiravo su lo stesso, ed erano troppo piccole. C’era una grande pianta di camomilla sotto la finestra di quella che era la casa dei miei al tempo, a pianterreno: mia nonna la faceva seccare per poterla mettere in infuso, ma a me piaceva l’odore di quella fresca, e mi piaceva tutto quel movimento di api intorno ai fiori. Ne ho anche pestata una, di ape, una volta. Sotto alla pianta di fico. Credo di essere scesa dall’altalena che mio padre aveva messo su uno dei rami e di avere messo il piede nudo direttamente su un fico caduto a terra, su cui si era posata un’ape. Però quell’orto per me non era il luogo dei pericoli. Era il luogo delle meraviglie. C’era il ribes arrampicato su una rete piantata dal nonno, c’erano le more e i lamponi – i miei preferiti – c’erano le fragole. C’erano dei fagioli altissimi, che ogni volta che li guardavo mi facevano pensare a quella fiaba dei semi da cui nascevano piante di fagioli alte fino al cielo, c’erano i piselli – com’erano buono mangiati direttamente dal baccello, dolci e croccanti.C’erano i pomodori, con cui non ho mai avuto un rapporto molto amichevole, io preferivo i fiori di zucca e le zucchine, che mia mamma metteva in pastella e friggeva.

In quell’orto una volta era arrivato un micio piccolino, io l’avevo preso e accarezzato, ma un paio di giorni dopo era morto, e il nonno aveva fatto un falò con della paglia e mi aveva detto che il micio era malato, e dopo di lui o mi ero ammalata anch’io, mi avevano portata in ospedale perchè a quanto avevo capito il micio mi aveva trasmesso la sua malattia graffiandomi la mano e mi si era infiammata una ghiandola nel collo. E in ospedale mi avevano fatto tante di quelle punture, ingannandomi con la farfalla e pungendomi sotto le dita. Quando mi avevano fatto l’anestesia prima di portarmi in sala operatoria io avevo cominciato a vedere spazzolini per i denti giganti dovunque; loro mi portavano via sul letto con le rotelle e io continuavo a vedere spazzolini giganti e colorati dappertutto.

E quando ero tornata a casa era tempo di conserva, e io odiavo fare la conserva. A ma piaceva fare la marmellata, più che farla in effetti mi piaceva mangiarla. Prepararla era un processo lungo e pieno di passaggi, mi annoiavo e non avevo pazienza. C’erano le pentolone con dentro i vasetti, e le coperte in cui li avvolgevamo e in cui scattavano i sottovuoto con quei “tac” “tac” che sentivamo di notte. Non ho mai saputo scegliere tra la marmellata di prugne, con quel suo gusto aspro e dolce allo stesso tempo, e quella di fragole, buona in modo assurdo.

Nei miei ricordi di bambina quello è tutto il mio mondo, sono Alice nel suo paese delle meraviglie, inseguo farfalle e prendo la coda alle lucertole, mi rotolo nella terra e sono spensierata.

Nei miei ricordi di bambina il sole è alto, la terra è profumata e generosa, le piante hanno frutti dolci e saporiti – a volte hanno anche il pungiglione –  le mani si sporcano di sapori e gli occhi si riempiono di profumi.  E io tuffo il viso nel mio mazzo di mughetti.