Jóga

Lo ammetto. Ho rubato una manciata di sabbia sulla spiaggia di Vik. Ho rubato due conchiglie sulla lingua di terra davanti a Kirkjufell. Ho messo nel contenitore vuoto di una crema un po’ di quei sassolini neri levigati dal mare che in Islanda usano per fare i pavimenti degli ingressi o di alcune stanze nelle case. Ho avuto bisogno di portare con me qualcosa da stringere in mano. Ho infilato tutto in valigia con la sensazione di stare trafugando un tesoro dal valore incalcolabile. E ora prendo questo sasso nero, pieno di buchi, lo annuso per sentire se è rimasto odoroso di oceano, lo passo tra le dita e lo sento ruvido, freddo. E’ pieno di crateri, è un asteroide che ha percorso migliaia di chilometri, attraversato ere, solcato mari di lava per giungere nelle mie mani. Mi viene voglia di morderlo, quello che ho visto di più somigliante a questa pietra è il carbone della calza portata dalla befana. Guardo questa pietra nera e vedo la spiaggia di Vik. Le ho fatto una foto da lontano , da dietro spighe dorate che ho trovato su dune di sabbia vicino alla strada. Mi piace questa immagine, i faraglioni  in lontananza, appena percettibili nella nebbia, le spighe dorate in primo piano, e le linee delle onde sulla riva, dell’orizzonte, delle montagne. Non so bene cosa provo di fronte a questa immagine, e se ripenso alla settimana scorsa. Sono investita dalle emozioni, mi prende una agitazione che non so collocare, un’ansia, una smania di poter essere lì ora, e rivedere tutto, tutto, ancora. Non sono sazia della terra del ghiaccio, non ho respirato abbastanza aria colorata di zolfo, non ho tuffato abbastanza le mani dentro la sabbia nera, bagnata, fredda. Non ho guardato abbastanza la luce cambiare, le nuvole passare veloci davanti alle cime delle montagne, non ho guardato abbastanza i cigni selvatici volare con quei colli lunghi e le ali grandi, in coppia. Non è stato abbastanza il tempo che ho trascorso in quella terra. La terra più vuota che abbia mai visto. E la più piena di senso.

In aeroporto, a Keflavik, Michi faceva la foto a una vetrata che si affaccia sulla pista, pensavo perchè in lontananza si vedono le montagne, e le nuvole. Poi ho visto una scritta sul vetro, le parole di Björk:

I feel

emotional landscapes

they puzzle me.

Sento, percepisco paesaggi emozionali, del cuore, mi confondono. E io sono così, confusa. Anche felice, sì, come dice Carmen Consoli. Ecco sono proprio così, confusa e felice di questo straripamento che avviene nel mio cuore, di questo riempimento che una volta tanto non è di cibo ma è di emozioni indecifrabili, di gioia mista a tristezza, di speranza e di inquietudine. Vorrei dire tutto e non trovo le parole. Vorrei raccontare quello che ho visto ma tutto quello che riesco a formulare è la mia impotenza a descrivere, a scrivere.

E allora piango. Piango perchè non so spiegarmi quello che sento, perchè mi viene così, sono stupefatta e grata di avere visto così tanta bellezza, di avere fatto questo viaggio che mi ha portata lontano, nel mondo fisico e dentro di me. E’ stato come andare dentro a un cuore, il cuore di un vulcano, il cuore di un ghiacciaio, il cuore di un cavallo, il cuore di un’oca selvatica.

Lascio che le immagini occupino la testa e gli occhi, anche quando dovrei fare altro, quando dovrei pensare ad altro. Lascio che arrivino, che si fermino, che mi costringano a fermarmi,a perdermi in un ricordo che ho paura sia già troppo lontano. Ho paura di avere visto una vita così pura, e che la mia sia così lontana, piena di preoccupazioni superflue. La bulimia mi sembra un insulto alla bellezza del mondo, adesso. Mi sembra un insulto alla mia bellezza, uno sputo addosso al tempo. E se ha fatto parte di me per tanto tempo, ora penso che posso, finalmente posso pensare di preparare la mia terra per frutti succosi e fiori profumati.