Le carezze che faccio a te, le faccio al mio cuore.

Vista la mia disavventura con un gatto quando ero molto piccola, ho vissuto più di vent’anni senza animali in casa. Avevo quattro anni e nel giardino dei nonni ad Arona era arrivato un micio piccolo, lo avevo preso con l’intenzione di curarlo e tenerlo, ma i miei nonni si erano accorti che non stava bene. I nonni erano abituati a vivere cani e gatti come “bestie”, era così che li chiamavano, e non concepivano il fatto di tenerli in casa, tanto meno di spendere dei soldi in veterinari per poterli curare. Così dopo qualche giorno il micio è morto, e anche se ero molto piccola ricordo che il nonno aveva preparato un gran cumulo di paglia, sotto al quale aveva nascosto il micio e lo aveva bruciato, per eliminare ogni traccia della malattia che poteva averlo ucciso, immagino. E però il piccolino aveva fatto in tempo a trasmettermi qualcosa graffiandomi, a quanto pare, perchè dopo qualche giorno mi si era infiammata una ghiandola del collo, e i miei mi avevano dovuta portare in ospedale. Lì ero stata operata quasi subito, e ho un ricordo assolutamente psichedelico di spazzolini giganti sui soffitti mentre mi portavano in sala operatoria, dopo avermi fatto l’anestesia. E quando ero uscita dalla sala operatoria avevo dovuto subire una buona dose di controlli, con annessi prelievi con quelle maledette farfalle verdi che nascondevano un ago, e micro punture nelle dita, quasi sotto le unghie.E siccome i miei nonni e i miei genitori avevano collegato la mia prima disavventura ospedaliera con un gatto, da quel momento non ne ho più avuti.

Molti e molti anni più tardi, il fidanzato di mia sorella le aveva regalato una gatta, Maya, che nonostante il suo carattere schivo e altezzoso mi affascinava. E qualche mese dopo si era materializzata anche per me la possibilità di avere un peloso con le vibrisse. Un amico del mio fidanzato aveva una micia tricolore che aveva fatto tre cuccioli. Siamo andati a vederli. La micia tricolore conviveva in un bilocale con i suoi tre cuccioli e con un rottweiler di trecento chili – forse erano anche solo ottanta, ma io avevo una paura folle e quel cane mi sembrava enorme –  senza grandi ansie. Io volevo una tricolore come la mamma, e Matilda era proprio così. Insieme a lei c’era una micia nera, che sarebbe rimasta con la fidanzata del padrone, e un maschietto bianco e rosso che non aveva ancora trovato casa. Due mesi dopo, quando finalmente Matilda era pronta per venire a vivere con me, il ragazzo mi ha chiesto se per caso non volevo anche il bianco e rosso, visto che non aveva trovato una sistemazione. Rapida telefonata a mia madre, visto che vivevo ancora con lei, permesso accordato, e mi sono portata a casa anche Tigro.

Tigro e Matilda sono nati poco dopo la metà di ottobre, e sono arrivati in casa di mia madre nel periodo appena prima il Natale. Maya li guardava con grande sospetto esplorare il muschio del presepe, e li teneva d’occhio mentre facevano le nanne uno sopra l’altro tra le statuine dei pastori. Ho una foto di Matilda quasi sulla punta dell’albero, che spunta dalle fronde verdi, con quel musetto diviso a metà, un’orecchia nera e l’altra rossa. Non avevo nessuna esperienza della convivenza fra gatti arrivati in epoche diverse e di età diverse, e i mici passavano buona parte del loro tempo chiusi in camera mia, per le mie paranoie che Maya potesse aggredirli. A gennaio ho trovato lavoro, e quindici giorni dopo ho preso in affitto un appartamento per conto mio, e ho portato con me le mie meraviglie.

Non so se tutti i fratelli sono così, ma Matilda e Tigro si amavano. Dormivano vicini, o uno sopra l’altro, giocavano, si leccavano, passavano tutto il loro tempo insieme. Adoravo vederli così, era un balsamo per il cuore vedere un amore fraterno così dolce e assoluto. E quando Matilda ci ha lasciati, non so che cosa abbia provato Tigro di preciso, so solo che i gatti sono essere sensibili e intelligenti, e Tigro ha una delicatezza tutta sua. Una sera sono tornata molto tardi a casa e ho trovato Matilda ansimante e con la bocca aperta sul pavimento della cucina. Erano le tre del mattino quando sono arrivata in pronto soccorso. Il veterinario l’ha visitata e mi ha detto: non c’è niente da fare. Le parole più insensate che io abbia mai sentito in tutta la mia vita. Non mi capacitavo di come fosse possibile che stesse morendo, mentre qualche ora prima stava bene. Il veterinario ha provato a ossigenarla, sicuramente più per farmi contenta che perchè pensasse di poterla salvare, ma i suoi polmoni erano pieni d’acqua, probabilmente aveva avuto uno scompenso cardiaco e l’avevamo presa troppo tardi. Non so se non avevo colto qualche segnale che lei aveva manifestato giorni prima, non lo so. So solo che alle sei del mattino sono uscita da quel pronto soccorso con una trasportino vuoto.

E’ stato infinitamente triste, amavo Matilda in un modo che solo gli animali ti possono tirare fuori, la vedevo ancora in casa, con quel faccino colorato, dolce, dolce, bellissima. Mi aspettava sempre dietro la porta di casa quando mi sentiva arrivare, mi mancava vederla lì dietro. Quando se n’è andata ho voluto mettere la sua foto sul sito di una delle associazioni di Milano che si occupano dei randagi, li accolgono nella speranza che possano essere adottati; il sito ha una sezione con un nome che mi è molto simpatico, si chiama “Gattangeli”. Per i mici che sono volati sul ponte dell’arcobaleno e dentro al nostro cuore. Ognuno può caricare la foto del proprio gattangelo e accompagnarla con una dedica. Ogni tanto cerco la sua foto e le parole che avevo scritto per farle un saluto, mi fermo a guardare quel musetto di tre colori baciato dal sole, verso la mia lacrima e sono felice di avere trascorso un momento con lei. Da quando Matilda ha raggiunto mio padre ogni volta che entro in una chiesa ho bisogno di accendere due lumini o due candele. Senza pormi troppe domande, mi bastano quelle due lucine e quel momento che ferma il tempo e mi fa pensare ai miei angeli.

Il mese in cui Tigro ed io siamo rimasti da soli, lui voleva dormire sempre con me, abbracciati. Non si staccava neanche per un momento durante la notte, e non ricordo che lo avesse mai fatto, prima della morte di Matilda. Una volta il mio fidanzato era venuto a dormire da noi, e Tigro aveva preteso di stare in mezzo, di sentirci tutti e due, di sentire il nostro calore rassicurante.

Poi un’amica mi ha detto che la gatta di sua sorella aveva fatto dei cuccioli, se volevo andare a vederli. La mamma era una elegantissima gatta nera a pelo lungo, e i cuccioli erano tutti diversi. Ricordo un tigrato grigio spettacolare, dagli occhi blu. Era già destinato a una famiglia. L’unica che avrei potuto prendere, perchè nessuno la voleva, era una tartarugata con la faccia da rospetto che saltellava qua e là, proprio come una ranocchia. Arrivata a casa le avevo destinato per i primi giorni il bagno, nella speranza che Tigro imparasse ad accettare il nuovo odore da sotto la porta. Quella stanza sembrava subire il passaggio di un tornado ora dopo ora, e io mi chiedevo come facesse quello sgorbietto ad avere tanta energia.

Parlando con un’amica, mi aveva dato una visione molto interessante dell’amore per gli animali. Mi aveva detto che quando ci si apre a quel tipo di amore – che è tutto speciale, puro, immenso –  è come se il canale non si interrompesse mai, come se fossimo ormai aperti ad accogliere i trovatelli per quel periodo in cui possono o sono destinati a rimanere con noi. L’ho trovata un’idea molto bella, perchè innegabilmente gli animali aprono delle vie al nostro cuore che altrimenti non avrebbe mai preso. Con la loro semplice presenza, gli animali ci danno insegnamenti, affermano, ci mostrano quanto semplice può essere la bellezza, quanto facile la dolcezza, quanto vasta la gioia che abbiamo a portata di mano. Per me, i gatti della mia vita sono la più grande prova che l’anima esiste, che esiste un mondo inafferrabile, energetico, connesso, che le onde che attraversano il nostro corpo durante questo soggiorno accarezzeranno un giorno la parte migliore di noi, ovunque essa si trovi. I gatti sono esseri magici, enigmatici, e io sono totalmente persa per il loro essere così necessari  e inessenziali allo stesso tempo.

Dopo un periodo di assestamento, Frida è diventata la nostra spumeggiante nuova coinquilina. Esuberante, prepotente, curiosa, invadente, testarda, Frida ha sempre avuto un carattere difficile da gestire. Avevo letto che i gatti con i suoi colori, i tartarugati, hanno un carattere molto forte, ma Frida esce da tutti i canoni, da tutte le classificazioni, è unica, irripetibile, meravigliosamente incantevole. Da cucciola voleva giocare con Tigro, che però raramente si prestava, essendo molto più grande e tranquillo. Col tempo sono arrivati a un livello di convivenza molto efficace, in cui fanno due vite separate, ogni tanto lottano – di solito è Frida che attacca Tigro mentre le passa davanti, e a volare sono sempre e solo ciuffi di pelo bianco – ogni tanto si baciano – ed è soprattutto Tigro che lecca Frida, mentre lei fa il gesto di ricambiare ma prende solamente l’aria – ogni tanto dormono vicini. Per la maggior parte hanno ognuno i suoi angoli in casa, ognuno le sue abitudini.

Tigro è l’amore a forma di gatto, la tenerezza infinita. Quando Michi entra in casa dopo una giornata di lavoro, Tigro lo accoglie sulla porta, gli si struscia sulle gambe, si impenna e fa la gobba, lo guarda negli occhi e miagola come se volesse salutarlo e chiedergli come è andata la giornata. Quando siamo sul divano a guardare la televisione si sdraia sui cuscini dello schienale, dove abbiamo le teste, oppure cerca la pancia di Michi,oppure le mie ginocchia, e dopo innumerevoli giri per trovare la sua posizione ideale, comincia a fare le fusa e ogni tanto se lo guardi in faccia ti fa un “miao” sottile sottile, sottile come la sua coda. Di notte quando mi sdraio a letto e rimbocco le coperte sale anche lui, e se gli tengo aperto il lembo del lenzuolo si infila di fianco a me, pretende di avere un braccio su cui appoggiare le zampe, e si sdraia vicino vicino. Piano piano si rilassa mentre anch’io mi tranquillizzo alla fine della giornata, e si allunga, distende le zampe, si gira sul fianco, e se io comincio ad accarezzarlo mi offre la sua pancia morbida, con fiducia. La mattina verso le sei, sei e mezza mi sveglia battendomi una zampa sulla faccia, è il suo modo di dirmi che ha fame; io cerco di fargli capire che è presto e che se vuole possiamo stare ancora sotto le coperte, ma non c’è verso: mi alzo e gli do la scatoletta. Tigro è dolce, tenero, amorevole, la sua anima è gentile. E’ l’essere più disinteressato e generoso che abbia mai incontrato.

Frida ha l’anima randagia. Quando metto i rifiuti in balcone, anche se sono in sacchetti di plastica, li artiglia, riesce ad aprirli e a tirare fuori qualcosa da mangiare. Mangia le brioche, i crackers, i grissini, le piacciono molto anche le mie torte. Si sdraia in mezzo alle stanze, a pancia all’aria,con le zampe lunghe, e chiude gli occhi. Parla in tanti modi, quando ha fame e vede che mi dirigo verso il bagno, dove tengo le scatolette, comincia quel suo ruggito misto a miagolio che vuol dire: “mamma dammi qualcosa da mangiare!!” .Quando è tranquilla in una scatola o sul letto e mi avvicino si volta di scatto e mi fa un ruggito piccolino, giusto un “grrr” corto, ancora prima che le tocchi il pelo con la mano. La mattina, quando siamo pronti per uscire di casa, in un attimo di silenzio nei preparativi, si sentono le sue fusa, forti, rumorose, lei socchiude gli occhi, apre le zampe e impasta: è il suo momento “coccolite”, come lo chiamo io, è il momento in cui non le dispiace essere accarezzata, in cui ha voglia di sentire il contatto. Io sono sempre molto brusca nelle mie carezze, la morsico, la sculaccio un pochino, e lei a sua volta mi morsica sulla testa, si ribella. Ha quel genere di carattere che mi fa venire spontaneo il ricorso alla violenza nei baci e nelle carezze. E’ troppo assurda per essere vera, è troppo improbabile, pazza. Anche quando combina una delle sue innumerevoli marachelle, non è possibile provare vera rabbia. Perchè il suo muso variopinto, i suoi occhi colore del mare, il suo mento che sembra sempre imbronciato, tutto ti lascia senza parole e col cuore che sorride.

Quando mi sono trasferita da Michele con Tigro e Frida, mi ricordo bene le sue parole: I gatti possono venire, basta che non rovinino il divano. A parte il fatto – secondo me abbastanza trascurabile – che io abbia portato il mio divano da Michi, dopo qualche mese era chiaro che stava iniziando una storia d’amore tra loro tre. Sono sicura che Michi non avrebbe mai immaginato che tipo di avventura sarebbe stata, vivere ogni giorno con due piccole tigri, con un carattere ben definito, ognuna con le sue manie e le sue preferenze; non avrebbe immaginato che sarebbe stato così naturale prendersi cura di loro, che le carezze date a loro sarebbero state carezze direttamente sul suo stesso cuore. Eppure è successo, l’amore ha degli ostacoli che quando accarezzi un gatto diventano doni.

 

Foto di Frida – Michele Gallicchio

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