Northern lights

” Northern lights” è inglese per aurora boreale. Gli eschimesi Inuit tramandano dall’alba dei tempi leggende suggestive su questo affascinante fenomeno naturale. Le luci verdi e fluorescenti, giallo, azzurre e violette che scendono sulla terra formando strabilianti effetti di colore sarebbero gli spiriti dei morti che ritornano. Secondo una leggenda lappone sono i “fuochi della volpe“, effetti di luce creati dalla coda di una grande volpe che colpendo la neve crea scie di colore nel cielo.

Quindi tu pianifichi un viaggio in Islanda per visitare le piccole città, le spiagge, le incredibili cascate, ma in cuor tuo l’unica cosa che veramente ci teni a vedere è l’aurora. Scegli un periodo dell’anno in cui l’intensità dell’aurora è statisticamente nelle fasce massime; la visibilità e l’assenza di nubi sono un po’ un terno al lolto, ma quelle lo sono sempre. Fai calcoli matematici che neanche Einstein, e accendi ceri alle divinità delle più famose divinità mondiali, con una certa attenzione anche a quelle adorate dalle tribù sconosciute del Sud-America. E poi succede che non la vedi. Che l’Islanda ti dimostra che tutto è casuale, oppure niente lo è: che spesso le cose non vanno come vuoi tu.

Quando arrivi in Islanda ti lasci prendere da quello che di speciale quella terra ha. Cioè, tutto. Il vento costante, misto a neve e pioggia, le nuvole che attraversano il cielo a volte leggere e veloci, i cavalli liberi di correre per prati sterminati, le improvvise colline metà innevate metà verdi, che scendono verso l’oceano in spiagge nere di sabbia finissima. Mi piacerebbe poterlo affermare dopo avere visitato più mondo, per avere più termini di paragone, ma nei miei non frequenti vagabondaggi non ho visto niente che lontanamente somigliasse alla terra del ghiaccio e del fuoco. Per quello che vedi, certo, ma soprattutto per come ti senti quando sei lì.

L’Islanda ha una superficie cinque volte quella della Lombardia, e conta poco più di 300.000 abitanti (la Lombardia ne censisce dieci milioni). Reykjavik e  Akureyri raccolgono una buona parte della popolazione, che per il resto occupa piccoli centri, a volte di poche case. La zona centrale dell’Islanda è terra di ghiacciai e vulcani, e addentrarvisi è rischioso e andrebbe fatto solo con guide esperte e mezzi adeguati, e va da sè che viverci è improponibile. Di base, la densità per chilometro quadrato è di circa 3 abitanti.

E si sente. Usciti dalla città, l’occhio si riempie di assenza di esseri umani. Gli elementi si appropriano quasi brutalmente dei sensi, e quell’alito di vento misto a pioggia che a casa ti farebbe innervosire, qui sembra una carezza maldestra e sincera. Ti sei dotato di vestiti pesanti, impermeabili, scarpe con una bella suola a carro armato, però quando il vento supera i 30 km orari e intanto sta nevicando e la temperatura è tale per cui ora che la neve ti arriva in faccia è diventata ago non c’è niente che tenga. E succede che non ti ripari. Che non sai più a cosa serve un ombrello, la sola idea dell’ombrello ti sembra di un ridicolo assurdo. Succede che osservi e ti lasci sballottare, dal vento, dalla pioggia, dal freddo. Succede che ami tutto questo in un modo che a posteriori ti appare inspiegabile.

E il cosiddetto “sightseeing”, l’itinerario che hai studiato prima di partire e a cui cerchi di applicare una tabella di marcia da rispettare con religiosità, si perde quando ti trovi di fronte e certi spettacoli che ti fanno chiedere se non valga magari la pena di rimanere lì…per sempre.

A me è successo a Vic. Nel 2016 a Vic abitavano 318 persone. Ci sono numerosi Bed and Breakfast, un ristorante, una stazione di servizio, una chiesa, e la spiaggia. Una spiaggia enorme, di sabbia nerissima, battuta da lunghe onde profonde, incessanti. Quando l’ho vista la prima volta, il cielo era grigio, pioveva, i faraglioni erano avvolti da una veste di nebbia che li rendeva quasi invisibili, sembravano pinne ossute sporgenti sul dorso di una creatura addormentata a pochi metri dalla riva.

Io non capivo perchè Michi avesse voluto fermarsi lì per diversi giorni. Poi ho saputo. Che in certi posti c’è una magia che ti porterai sempre dentro, che ti avvolgerà mesi e anni dopo col suo riapparire improvviso. Il giorno dopo ho chiesto a Michi di passare ancora del tempo su quella spiaggia. Mi ha guardata sorridendo, col sorriso di chi sa. Il tempo era più limpido, mentre io mi avviavo verso l’oceano mi venivano incontro due ragazze, una a piedi nudi, sorridente. Un corvo nerissimo percorreva la spiaggia a piccoli balzi cercando pesce e molluschi. Ho cercato tutti i sassi più piatti che ho potuto e ho cominciato a farli rimbalzare tra un’onda e l’altra. Cerchi di portare un gesto familiare in un luogo che pensavi inospitale, che ti incute rispetto, reverenza e timore allo stesso tempo. L’oceano è un mostro di cui  a riva vediamo solo il lembo più pacifico, e Vic in quei giorni era proprio così. Un essere maestoso, abbandonato a un riposo profondo cullato dalle onde, con tre pinne di dinosauro a monito costante che il sonno non è infinito.

 

 

 

La foto che ho aggiunto è presa dal Web.