Pazienza (che non ho)

Quindi: la pazienza non è la capacità di aspettare ma il modo in cui ti comporti quando aspetti. Cioè, aspettare devi aspettare, ma se la vivi male fai diventare l’attesa ancora più pesante.

E poi: le cose belle ( o buone) hanno bisogno di tempo.

E allora perchè non so aspettare? Perchè voglio tutto subito e la prendo male, anzi malissimo quando non ho subito quello che voglio? Dove va a finire la mia citazione latina preferita:  nolo quodi cupio statim tenere, nec victoria mihi placet parata ( non voglio ottenere subito quello che voglio, e non mi piace una vittoria facile)? Perchè predico bene e razzolo male, anzi malissimo? Perchè se riesco a pormi un obiettivo e lo raggiungo, non sono contenta per più di una frazione di secondo, e poi mi rimetto alla ricerca di un altro obiettivo, e inseguo quello?

Penso che la mia impazienza vada a braccetto con la mia costante approssimazione, la mia sindrome da numero due o tre. Ricordo una delle tante gare di nuoto che ho fatto quando ero piccola, avrò avuto 11 anni, su tre concorrenti nella mia batteria sono riuscita ad arrivare seconda. Seconda su tre. Nelle foto vedo tutto il mio impaccio, la gobba cifotica, il mio morsicarmi l’interno della guancia, mi faccio tenerezza per quanto ero innocente. La mia vita l’ho sempre vista così. Un passo sotto al podio, perchè lì sul podio c’è sempre stato qualcuno di più meritevole, qualcuno che si è impegnato sicuramente più di me, o che ci ha creduto di più. Anche al liceo. Avevo un compagno che prendeva sempre, sempre, sempre voti altissimi, mentre io prendevo qualche voto molto bello, a volte. Io ero discontinua, combattuta tra il desiderio di arrivare in cima e un disinteresse di fondo, una pigrizia che mi impedivano di mettermici al 100 per cento. Lo guardavo con odio e invidia, perchè sembrava che lo facesse quasi senza sforzo , e se la tirava anche. Sarà stata la mia distorta immagine della sua faccia, ma mi sembrava che avesse sempre una sorta di ghigno e che guardasse un po’ tutti con quell’aria di sufficienza da “sono il primo della classe, mi spiace per te”. Un po’ come in “Amore a prima svista”, quel film con Jack Black, in cui lui dopo aver ricevuto una sessione di ipnosi improvvista in un ascensore comincia a vedere le persone per quello che sono dentro, quindi  tipo le persone obese ma dolci gli apaiono strafighe e invece le persone cattive e antipatiche sono delle specie di mostri. Mi è sempre sembrato di vedere le persone come se avessi ricevuto un trattamento simile. Ok, non pretendo di avere un insight così profondo nella testa degli altri, solo mi sono sempre un po’ fidata delle mie sensazioni a pelle. E comunque, la discriminante tra il mio compagno e me, che lui fosse fomentato o meno dalle lodi costanti dei professori, d’altra parte del tutto legittime, era che lui ci credeva e io no. Punto.

Crederci. E’ quello il problema. Ci sono alcune cose che mi piacciono da morire e su cui non mi faccio domande, che perseguo con entusiasmo e costanza, con una sorta di incoscienza, ma sono un risvolto minoritario rispetto alla costante che vedo nella mia vita: il second best. For God’s sake.

Quando ho cominciato a frequentare danzatrici americane, e poi quando ho cominciato a invitarle in Italia per il Gothla, mi sono accorta che tra me e loro, o forse tra noi Europei in generale e loro, c’è una sostanziale differenza: loro ci credono, credono in quello che fanno. Forse hanno passato gli anni della loro infanzia a ripetersi davanti a uno specchio: “io valgo, io sono bella, io posso fare tutto”, oppure hanno dovuto districarsi in un mondo più competitivo, dove maggiore riconoscimento andava a chi lavorava di più, studiava di più. Non dico che la meritocrazia lì esista e qui no; parlo di un mondo di cui ho solo una esperienza indiretta, è un’idea che mi sono fatta col tempo. Anche perchè, avendo invitato anche ballerine europee molto conosciute, posso affermare che le ho sempre trovate meno self-confident, più articolate nel loro approccio alla danza e alla vita. Tra tutte, la ballerina americana che mi aveva lasciata più di stucco, e che mi pare non calchi più le scene da qualche anno, si chiama Frederique, aka Lady Fred: al centro del palco, sotto il fascio ambrato della luce, due movimenti appena accennati, uno sguardo fiero…non faceva quasi nulla eppure non riuscivi a toglierle gli occhi di dosso.

Ho sempre apprezzato la filosofia del “less is more”, ma poi per pigrizia mi sono impegnata poco ad applicarla alla mia vita. Perchè cambiare le proprie abitudini è una fatica immane. Perchè fare fatica mi dà fastidio, anche se poi mi sento in colpa se evito di fare fatica.

La sera, quando faccio il mio pasto principale, se mi metto davanti ai fornelli parte la tragedia. Vorrei poter arrivare tutti i giorni in cucina, mettere le gambe sotto al tavolo e mangiare esattamente quello che voglio, però preparato da qualcun altro. Perchè quello che mi frega con la mia impazienza è il tempo che necessariamente uno deve impiegare a preparare da mangiare. Ecco, mi sta sul cazzo. Perchè non so aspettare. Se sto preparando il sugo per la pasta, lo assaggio mille volte; se sto mettendo l’olio nella padella, ne metto un po’ anche nel mio piatto, aggiungo un pizzico di sale e mi metto a fare la scarpetta; se devo aspettare che qualcosa cuocia apro il frigo, tiro fuori un pezzetto di parmigiano, poi magari ancora un pezzetto di pane, due olive. Chiaramente quando è pronta la cena non ho neanche più vera fame, mangio solo per tutto il nervoso accumulato durante l’attesa.

Eh, è dura. Devo reggere un costante dibattito interiore e convincermi ad aspettare, anzichè ingurgitare tutto quello che mi capita sotto al naso. Un costante Silvia no, Silvia aspetta, Silvia calmati…  Norman Bates levati, please.

Comunque, per la serie siamo il risultato di chi è arrivato prima di noi, i pattern sono sempre gli stessi a meno che non decidiamo di interromperli, anche mia madre è così, o almeno era finchè ci siamo frequentate, e anzi questo è uno dei motivi per cui abbiamo smesso. La storia del lavoro a maglia ne è prova inconfutabile. La vedevo sempre sferruzzare, faceva presine, maglioni, coperte, e a me sarebbe sempre piaciuto imparare. Però io da un lato avrei voluto nascere imparata, e dall’altro lei al secondo errore, alla seconda serie di punti da disfare perchè avevo sbagliato tutto, già aveva il fumo alle orecchie e la giugulare pronta a esplodere. I suoi indimenticabili “neri precordi” che anni dopo mi avrebbero aiutata durante un’interrogazione di greco per cui ero totalmente impreparata. Insomma, dopo aver appurato che io avevo smesso di ascoltare i suoi insegnamenti perchè ero troppo occupata a osservare la ruga tra le sopracciglia che cresceva e quella giugilare che pulsava, mi ripeteva quella frase che è già comparsa in questo blog e che rimarrà negli annali per sempre: tu non ci arrivi. E così si spiega in buona parte perchè la mia autostima sia così nutrita.

A quasi quarant’anni… no non sto dicendo che è tempo di bilanci, anche se approfondirò presto questo tema, al contrario mi sento portata a indulgere con meno autoflagellazione al mio modo di essere. Sono anni che cerco di cambiarmi, cerco di capire in che casella voglio rientrare, mi sento sempre troppo triangolare per una formina rotonda. Va a finire che resto triangolo, e  mi creo una formina tutta mia. Non male no?

 

 

 

 

La mia foto sulla sinistra è di Michele Gallicchio.

<3

 

 

 

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