Sliding doors: ovvero dove saresti ora se in alcuni punti cruciali della tua vita avessi fatto altre scelte

In giornate come oggi qualcosa si perde nel vento, qualcosa si perde nel verde dorato delle foglie colpite dal sole, qualcosa si perde nel blu tra le nuvole morbide, in movimento. Qualcosa si perde perchè la bellezza non ha bisogno di pensieri, non ha bisogno di parole. Gli occhi bevono quel verde, seguono quel vento che si insinua tra i rami degli alberi, i colori sono così vivi che mi sembra di vedere il mondo su uno schermo ad alta definizione, mi sembra di avere delle lenti che per una volta mi mostrano le cose in modo nitido, limpido, dettagliato, io che, miope dai tempi del liceo, vedo il mondo filtrato da lenti che, anche separate dal mio viso, ormai ne fanno parte.

In giorni come oggi penso. Mi rattristo per niente, guido e il viaggio è più nella mia testa che sulla strada, sorrido per niente, mi intenerisco, ho paura di tutto, c’è una inquietudine dentro di me che preme contro le pareti del torace, comprime il mio petto e mi costringe e concentrarmi per poter respirare. Con questo vulcano che mi respira dentro minacciando l’esplosione è difficile prendere fiato, è difficile sorridere. Faccio tutto nonostante tutto.

Ho pensato spessissimo negli ultimi anni che la bulimia, insieme alla mia ostinata coltivazione della rabbia e all’autolesionismo sono stati e sono i miei modi per remarmi contro. Mi sono spessissimo chiesta come sarebbe la mia vita se questi meccanismi che ormai mi sono talmente abitudinari da essere diventati natura non esistessero. Parlavo con lo psichiatra del Cps di Bollate la settimana scorsa, gli dicevo se uno mi vede per strada non pensa che ho una personalità borderline, che ho paura di essere abbandonata dalle persone a cui voglio bene, che ho un comportamento alimentare che occupa in modo invadente le mie giornate, che ci sono giorni in cui mi nasconderei sotto le coperte e non uscirei di casa; guardandomi per strada, nessuno può sapere. Perchè io faccio tutto, sono una persona efficiente. Lavoro, pulisco casa, cucino, mi occupo dei gatti, scrivo, esco a cena, faccio vacanze, faccio la spesa per la nonna, pago l’assicurazione della macchina: sono una cittadina magari non proprio modello, prendo qualche multa, uso espressioni colorite contro gli altri automobilisti, ma nel complesso sono efficiente. Spunto i miei impegni sull’agenda a fine giornata, contenta e soddisfatta di avere portato a termine piccoli traguardi che, lo so, non sono il metro che dovrei usare per giudicarmi, ma lo faccio lo stesso.

Se ora, con vent’anni di bulimia alle spalle, and counting, ho raggiunto degli obiettivi, fatto scelte, organizzato eventi, messo in piedi spettacoli interi, dove sarei arrivata se non mi fossi remata contro?

Il punto della questione è proprio questo. Chi ha detto che sarei una persona migliore se non fossi bulimica? Dove sta scritto che la mia vita sarebbe migliore se avessi dedicato il tempo e le energie che ho destinato alla bulimia ad altro?

Mi viene il dubbio che il mio remarmi contro sia sempre stato l’unico modo possibile. Che la strada percorsa abbia avuto bisogno di ognuno di quei tasselli costruiti col pianto, con la rabbia, con i tagli sulle braccia e sulle gambe, con l’odio per la mia pancia, il disgusto per il mio viso. Perchè in tutto questo pensare, tutto questo sentire, in questa altalena di gioie, delusioni, speranze, disillusioni, ci deve essere qualcosa di buono. Non può essere tutto solamente sbagliato, da cambiare. Mi viene il dubbio che tutto quello che mi hanno insegnato a ritenere sbagliato, da correggere, da rettificare, invece sia sempre stato se non totalmente giusto, almeno sensato.

Sei malato e ti insegnano che devi guarire; finisci in ospedale con il braccio aperto da un taglio di forbici, ti ricuciono  e poi ti invitano caldamente a farti seguire, a parlare con qualcuno che ti mostri come diventare una persona con delle reazioni meno estreme. Ti insegnano che farai fatica a perdere le abitudini malsane che ti sono così automatiche, perchè è più facile crogiolarsi nel vittimismo  anzichè reagire e guarire. Ti dicono che devi risolvere, elaborare, metabolizzare. E tu lo fai, raccogli album di foto di tuo padre per capire che posto dargli nella tua vita ora che non c’è più, parli di tua madre, lei che c’è ancora e non sai che posto darle nella tua vita. Scrivi lettere, aggiusti la vita quotidiana per gestire situazioni che ti fanno stare male, fai prove, fallisci, ci riprovi. E’ un incessante susseguirsi di tentativi, di miglioramenti, di sconfitte, di ricadute, di delusioni, di giorni con la x su quel foglio di agenda, quelli andati male, di giorni con un cuore attorno al numero, quelli andati bene, di giorni senza croce nè cuore perchè hai perso il conto e non sai se in fondo ti interessa tenerlo, non sai se sei una persona migliore se alla fine del mese ci sono più x o più cuori sulle pagine.

Non è vero, io lo so, lo so benissimo.

Perchè lentamente, inesorabilmente, implacabilmente e soprattutto al di là della mia volontà, sento che la mia pelle diventa più morbida. Sento che alcune fibre del mio cuore si liquefanno, e la sostanza che si irradia verso le mie estremità è dolce, di una dolcezza sconosciuta, strana, che non mi appartiene, e a cui è facile abituarmi. Certe volte penso ai miei giorni di lotta e mi sento come quando guardo Frida: provo un amore disperato, così grande che mi rimbomba nelle orecchie, mi lucida gli occhi, mi toglie il fiato. L’amore che ti fa percepire la lontananza anche a un millimetro di distanza, che ti fa pensare alla morte, che ti fa odiare il tempo che passa. Guardo per un attimo il fermento che agita i miei tessuti e rivedo il ribollire del brodo primordiale, un agitarsi informe di materia da cui prendono forma le meraviglie inspiegabili di questo mondo.

Non mi dispiace essere un po’ inspiegabile anch’io.

Arrivo a un certo punto e i pensieri  si ingarbugliano come il filo di un auricolare in tasca,  è inutile andare avanti. C’è sempre qualcosa che mi sfugge, e che temo non riuscirò mai ad afferrare; è come cercare l’inizio di un rotolo di nastro adesivo, la superficie è liscia e tutta uguale, guardi e riguardi, passi il dito attorno al cerchio ma in qualche modo quel tratto trasversale sfugge sempre. Nessuna apertura facilitata, nessuna zigrinatura che renda tutto immediato, semplice.

Forse ho molto semplicemente paura di perdermi, di perdere questa lucidità che è benedizione e condanna, di non afferrare il senso delle cose, di non avere gli occhi abbastanza aperti, di non riuscire a lasciar andare qualcosa di cui non so più se ho bisogno.

Però so sempre meglio quello di cui ho bisogno. Ho bisogno di dire, di parlare, di provare a spiegarmi. Nelle parole faccio scivolare la verità di quello che sento, la coloro come mi piace, le do un suono che non sono capace di emettere con la voce. Nelle parole scivola via un po’ della mia ostinazione a trattenere tutto, a controllare tutto. Nella forma adorata delle parole trovo la bellezza che mi è difficile riconoscere nello specchio.