Tempesta sotto la quiete

Qui al mare è una giornata di pioggia. Le nuvole si muovono rapide e lasciano filtrare a volte il sole, a volte riversano una pioggia fitta e trasversale sui pochi che osano camminare per le vie del paese. Prendo la mia giacca impermeabile rossa, quella che indossavo in Islanda sulla spiaggia di Vic, rossa sul nero della sabbia e il dorato delle spighe. Mi piace essere un puntino rosso che sfida le intemperie. E’ l’Islanda che mi ha insegnato a non lamentarmi del “cattivo tempo”,  ad amare il vento, anche quando il suo alito è carico di pioggia, di neve o di sabbia che diventa tagliente. Non mi scoccia se mi bagno, se il vento mi stropiccia i capelli. Godo di questa mancanza di filtro tra me e gli elementi.

Facciamo una passeggiata fino alla spiaggia, con onde che disturbano le prime file di sdraio e ombrelloni. Il bagnino si protegge sulla torretta con un grande ombrello incastrato tra le pareti di legno. Andiamo al canale del porto, percorriamo la striscia di cemento che si allunga sul mare a partire dal faro. Faccio delle foto alla spiaggia vista da qui, comincia a piovere più forte, ci ripariamo sotto un portico abbandonato, torniamo verso casa, ci sediamo sulla scalinata dell’ingresso e guardiamo una bambina dai lunghi capelli biondi che insegue la sua palla rubata dal vento: la bambina rincorre la palla, la palla continua a sfuggirle; quando finalmente riesce a prenderla si volta di scatto da dove il vento soffia, e i lunghi capelli si allungano come un mantello dietro di lei.

Ogni immagine è una fotografia, un istante perfetto che mi sembra di poter ricordare da qui all’infinito.

Quando torniamo in casa, i mici aspettano sul letto, sembra che abbiano approfittato della nostra assenza per distendersi lunghi lunghi, indisturbati. Apro il computer, ho fame ma non voglio mangiare, c’è un articolo che sto scrivendo e che faccio fatica a portare avanti – forse non sono brava a scrivere seguendo un tema, forse mi riesce bene solo scrivere di quello che mi anima in questo momento, la progettualità mi abbatte. Ribollisco sotto pelle, è dentro di me la tempesta, sotto questa apparenza di calma totale, è una sensazione che arriva improvvisa, e che mi occupa interamente. Penso subito al cibo, comincio a fare quello che faccio sempre quando mi sento così, inizio a ricacciare tutto questo nervoso nello stomaco con una manciata di M&Ms, mangio due pacchetti di crackers, sento che la marea sta salendo, e con lei sale il panico, la paura di arrivare al punto di non ritorno.

Apro una pagina nuova, decido di scrivere quello che mi sta passando per la testa. Serve a me, perchè ho capito che anzichè mangiare in modo compulsivo posso guardare film in modo compulsivo, leggere in modo compulsivo, scrivere in modo compulsivo. Sto chiedendo aiuto? Forse sì, ma sento soprattutto che sto cercando di sottrarmi a una abitudine maledetta, di incanalarla nelle parole e nelle frasi, di sgocciolare in ogni singola lettera un po’ del veleno che mi scorre nelle vene.

Mi sembra che funzioni. Sto meglio. Accarezzo Tigro che dorme, e non si scompone. Do un morso a Frida, che si rivolta arrabbiata e mi morde in testa. Posso. Posso superare questo momento. Posso uscirne senza essermi fatta male. Anche se mi sembra niente, questo momento può tutto.

 

 

 

 

 

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