The cabin at the end of the world – Paul Tremblay

Brighton, Luglio 2018. Sto per incontrare la mia insegnante di inglese, con cui faccio lezioni su Skype da diversi mesi. Entro da Waterstones (Dio come amo le librerie, tutte!!!) e mi perdo come sempre tra gli scaffali, facendomi ispirare da una copertina, una foto, un titolo.
Un Horror. Lo prendo in mano e mi chiedo, perplessa: esistono ancora autori capaci di rendere questo genere sempre nuovo, di reinventarlo? Di sfidare i colossi che hanno fatto la storia? I mostri sacri che continuano a sfornare romanzi ma che in qualche modo hanno perso un po’ di freschezza, di novità?

Paul Tremblay non è super giovane ma il suo modo di raccontare è nuovo e avvincente, le sue storie hanno radici in ciò che ogni autore sa essere fonte di suspense – certe formule funzionano e vengono costantemente ripetute, si sa – e hanno ali con cui prendono il volo da ciò che è già stato scritto.
E questa duplicità tra già detto e ancora non detto crea dei potenti capolavori.

Le pubblicazioni di Tremblay sono relativamente limitate, eppure non c’è uno dei suoi libri che sia sottotono; ognuno ha una sua qualità di parola e senso che li fa depositare nella memoria, e lì rimanere a lungo.

La nostra brava “cabin” – la casetta nel bosco- teatro di tante storie dell’orrore cinematografiche, è qui il luogo di confine tra salute mentale e follia pura, il posto in cui deve accadere una scelta di vitale importanza per l’umanità. L’abilità di Tremblay sta nel prendere un tema innegabilmente trito e dargli una dignità nuova, una luce diversa.

La coppia Eric/Andrew è portatrice di una dolcezza infinita da inizio a fine. La piccola Wen aggiunge la fragilità dei bambini. Non una volta la fiducia e l’empatia vengono meno verso di loro. Nonostante si insinui il sospetto che bene e male siano concetti meno evidenti di quello che si pensa. E che gli ospiti indesiderati della casa portino avanti una missione che in fondo può avere senso.

Il mio problema è che spesso i libri partono con le migliori intenzioni, hanno delle trame o svolgono delle idee originali e promettenti, ma poi crollano rovinosamente verso la fine. Mi succede anche con i film, molto spesso. E la sensazione che il finale sia, come dire, “mancato” inquina un po’ tutto il resto.
Qui però il finale ha una dolcezza insperata, è l’espressione di una scelta molto umana. Se poi l’amore salverà il mondo non è cosa certa. Intanto si salda tra due persone che ci hanno creduto al punto da accogliere nella loro famiglia una bimba rimasta da sola.

Tutti i libri di Paul Tremblay letti finora (a seguire le recensioni degli altri) sono finiti in diverse posizioni dei miei preferiti di sempre.
Tutti hanno un punto di vista molto umano, un insight psicologico profondo, e allo stesso tempo mantengono alto il livello di tensione.
C’è sempre qualcosa di importante in gioco, e ogni personaggio è portato a scegliere, prima o poi.
In alcuni casi, il lettore è libero di fare a sua volta una scelta, di prendere posizione. Perchè Tremblay non sempre accompagna alla soluzione, ma gioca sul filo sottile di suggestione, lascia alle parole il loro potere ambiguo, lascia la porta aperta a diverse interpretazioni.

Ne riparleremo.