Ho scritto la recensione di questo libro un paio di mesi fa, subito dopo averlo finito. Parlavo della protagonista come di una tutta gnè gnè, intrippata nella sua ricerca della felicità e con la sua vita perfetta in un posto perfetto vicino al mare e bla bla bla…

E già allora aggiungevo che il motivo principale di tanto odio nei suoi confronti era la mia assoluta invidia. E nonostante il sapore polemico dei miei commenti ancora adesso ho nitide nella mente certe immagini di lei che surfa, sento la sabbia e il sole, e l’oceano nelle sue versioni calma e agitata… Credo sia per via dell’acqua. L’acqua ha sempre un effetto devastante sulla mia mente.

Non amo particolarmente la narrazione, mi sembra poco omogenea, tende a passare dal tempo presente ai flashback in modo poco chiaro e fluido.

Lei è una che a un certo punto decide di lasciare tutto, un lavoro che comunque può fare dove vuole, un amore che forse non lo è più, una città che le sta stretta e che è terribilmente diversa – ahimè povera fanciulla – dalla costa affacciata sull’oceano.

Come se noi comuni mortali non avessimo bisogno di salsedine tra i capelli, di sole sulla pelle, di vento e natura dentro l’anima. Capirai.

Però, e aggiungo nonostante tutto, quello che rimane è il sapore di cose semplici, di un minimalismo a cui a volte dovremmo ispirarci anzichè circondarci di oggetti che non ci servono veramente.
E che sia una storia d’amore che finisce o qualsiasi altra circostanza, usare un pretesto per fare spazio nella propria casa e nella propria vita è un gesto liberatorio e per certi versi molto spaventoso.

Poterlo fare con vista mare, certo ha tutto un altro sapore….Almeno credo.

Salmastro e snob.

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