Una bottega di oggetti magici

Bastian corre per strada sfuggendo ai suoi inseguitori, i compagni di classe che lo vogliono buttare dentro al bidone dell’immondizia. Si infila in un negozio e spia dal vetro della porta quello che succede, li vede passare oltre. Tira un respiro di sollievo dopo il passaggio dei bulli, quando una voce dall’interno gli dice di andarsene, che quello non è un posto per ragazzini, è una libreria,  i videogiochi sono in un negozio più avanti. Bastian, risentito, dice al signore con gli occhiali, i capelli bianchi e la faccia burbera che lui i libri li legge, che a casa sua ne ha 186, che conosce L’Isola del tesoro, L’ultimo dei Mohicani, Tarzan, Il signore degli anelli, Ventimila leghe sotto i mari…Lo sguardo del libraio si fa intenso, Bastian si avvicina e vede che nelle mani ha un grosso libro.

– Di cosa parla quel libro?

– Oh, questo è un libro speciale.

– Ma che cos’è?

– Ascolta, i tuoi libri sono innocui, mentre li leggi tu diventi Tarzan o Robinson Crusoe.

– Ma è per questo che mi piace leggerli!

–  Già, ma quando hai finito ritorni a essere un bambino.

– E allora? Non capisco.

– Sta’ a sentire, non sei mai stato il Capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino mentre la piovra ti sta attaccando?

– Si…

– E non tremavi all’idea di non farcela?

– Uhm, è solo un racconto.

– Esattamente quello che dicevo io. I libri che leggi tu sono innocui.

–  E quello invece no?

– Non pensarci più.

– Ma prima aveva detto che non…

Il telefono squilla, il libraio fa per allontanarsi e rispondere, poi si volta verso Bastian, increspa le sopracciglia, infila il libro sotto una rivista e dice:

– Lascia perdere, questo libro non è per te.

Mentre il libraio parla al telefono, Bastian scosta la rivista, guarda la copertina del libro con l’Aurin incastonato sopra, e non ha dubbi: prende il libro e fugge via, lasciando dietro di sè il rumore del campanello quando la porta si chiude.

Il libraio si affaccia alla vetrata, vede Bastian e il libro spariti, e sorride. Sorride. Sorride perchè sa che la vita di quel bambino inseguito dai bulli e senza la mamma cambierà per sempre dopo che avrà vissuto l’avventura più pazzesca che possa immaginare.

Il libraio sorride perchè sa che la magia contenuta in quel libro è solo di chi la sa vedere, di chi crede che le cose possano essere migliori di come sono, di chi è pronto per un grande cambiamento anche se non ne ha idea, di chi ha sempre un po’ gli occhi di un bambino, e vive con incoscienza e trasporto senza filtri.

La magia contenuta negli oggetti non è palese, non è scontata, non è visibile a tutti. E’ una sostanza impalpabile, sfuggente, diffidente come un gatto, che sceglie le persone a cui avvicinarsi e quelle da cui stare lontano. La magia degli oggetti è un dono che arriva solo quando è il momento, solo quando siamo pronti. Ed è la forma in cui i nostri desideri plasmano la realtà per aiutarci e realizzarli. Gli oggetti sono il simulacro di un mondo che aspetta solo di manifestarsi intorno a noi, il punto di partenza per avventure incredibili.

Per me i libri sono sempre stati oggetti magici. Oggetti profumati, morbidi, densi, da accudire e trattare con rispetto. In un paio di casi, mi hanno cambiato la vita.

Al liceo, il primo o il secondo anno, il professore di italiano ci assegnò un compito: recensire un libro a scelta, e scrivere una presentazione da leggere e spiegare ai compagni di classe. Io non ricordo come , non ricordo perchè, avevo voluto a tutti i costi lavorare su Jack Frusciante è uscito dal gruppo. A quell’epoca il libro era fresco di stampa, e le copertine erano tutte diverse, con disegni fatti a mano, stilizzati. Io avevo una copertina lucida completamente bianca, con sopra una figura in bicicletta. Chissà dove è finita quella ricerca. Mi piacerebbe molto poterla rileggere, come ho fatto con tanti pensieri e brevi racconti che ho tenuto in un quaderno. Avevo guardato tutti i film  citati nel libro, Arancia Meccanica, di cui avevo anche provato a leggere il libro in inglese, senza capire una virgola, Full Metal Jacket, avevo letto il Piccolo principe e il Gabbiano Jonathan Livingstone, avevo scoperto Andrea De Carlo, letto Due di due. Avevo comprato la cassetta dei Red Hot Chilli Peppers, Blood Sugar Sex Magic, io che fino a quel momento la musica più alternativa e metallara che avevo ascoltato erano i Beatles. Avevo spulciato il booklet e tradotto tutti i testi, Under the bridge per prima, e non l’avevo capita fino in fondo. Avevo adorato uscire dalla mia zona sicura e avventurarmi in un universo musicale completamente nuovo. Jack Frusciante è stata la mia prima piccola apertura verso un mondo che non capivo, a cui sentivo di non appartenere senza neanche averci provato, un mondo che mi allontanava un po’ dalla torre d’avorio di mio padre, che mi faceva sentire così sicura e capita. E’ stato il mio tentativo mal riuscito di essere più uguale agli altri, di fare qualcosa che mi avvicinasse a loro. Eppure, anche dopo quella ricerca, ero rimasta sola, diversa, difficile. Ma almeno avevo creato dentro di me il germe della scoperta, delle potenzialità, della varietà e della bellezza del mondo scoperto solo con le mie forze.

Nel 1997 ho fatto l’ultima vacanza con mio padre e mia sorella. A Cecina, in Toscana. Avevamo preso un appartamento in affitto e dopo cena stavamo sul balcone seduti a guardare lo struscio sulla via che costeggia il mare. Appena prima della partenza eravamo stati in una bottega di quadri, che vendeva quasi solo opere di un pittore dei primi del ‘900, che si ispirava ai Macchiaioli. Ragni, ecco come si chiamava, Basso Ragni: ” Il dinamismo dei suoi quadri è frutto di pennellate vibranti e massicce, che talvolta lasciano scoperti tratti di superficie. La sua pittura si caratterizza per l’uso sapiente dei colori, dispensati da una pennellata che appare a prima vista imperiosa. Le immagini talvolta sono solo abbozzate, ma quello che più conta è il tenore della rappresentazione che mostra tratti velatamente drammatici, principalmente nella raffigurazione di soggetti come i “Mendicanti” o gli “Accattoni”, in cui il suo impressionismo cromatico si carica di un’espressione più marcatamente angosciosa”. Grandi macchie colorate, pennellate disordinate per raffigurare paesaggi marini, barche, alberi. Avevo messo gli occhi su un quadro di medie dimensioni, con una cornice nera: dei cavalli con i propri cavalieri sulla spiaggia, pochi tratti densi a definire le onde, le code in movimento, i cappelli e le giacche, il mare e una barca in lontananza. Lo guardavo e il venditore mi aveva detto che quello era stato  dipinto non su tela ma su una tavola di legno, in alcune parti ancora visibile sotto alle pennellate. Non avevo chiesto a mio padre di comprarlo perchè avevo visto un cartellino minuscolo con il prezzo, e c’era scritto “un milione”. E cioè, un’enormità. Mio padre era andato avanti con i suoi acquisti, aveva preso un quadro meraviglioso con una barca su un mare inondato dal tramonto, un quadro con un gigante albero dalle foglie gialle, con una elegantissima cornice grigia. E poi aveva fatto cenno al venditore di aggiungere anche i miei “Cavalli al bagno”. Non ci potevo credere. Davvero non ci credevo. Mio padre non era uno da regali. Quel quadro che parlava di mare e sole e animali era una delle cose più preziose che avessi mai avuto tra le mani. Ancora oggi lo guardo e penso che c’è qualcosa di straordinario in quella vernice stesa a grosse pennellate: il disegno è disordinato da vicino, e suggestivo, bello, intenso da lontano.

Mio padre ha fumato per tanti anni. Non ricordo bene quanto fumasse, ma ricordo che si erano tutti stupiti della sua decisione brusca presa quando ero bambina di smettere per sempre, da un giorno all’altro. Nessun ripensamento, nessuno sgarro, una roccia di coerenza e testardaggine. Su una mensola della libreria che avevamo in salotto, da quando ero piccola avevo sempre visto una scatola di legno marrone scuro, tutta intarsiata. Mio padre mi aveva spiegato che era una scatola di sigari, però non li conteneva più perchè erano stati fumati. Io non lo avevo mai visto fumare sigari, a volte prendevo quella scatola, la aprivo e la annusavo, aveva un odore di tabacco e di legno, di vernice. La adoravo. E piano piano ne avevo preso possesso, non in modo palese, perchè mio padre non voleva separarsene, ma lo avevo in qualche modo costretto a metterci dentro cose che piacevano a me, e che non volevo andassero perse. Quindi si era riempita di foglietti bianchi, con i disegni a matita che mio padre faceva spontaneamente o con soggetti richiesti da me: uccellini, chiocciole, coccodrilli, signori col cappello, signori con la pipa, signori disegnati a silhouette. Su fogli bianchi più grandi, ripiegati per poter stare dentro la scatola, c’erano le liste delle nostre ricerche di anagrammi, con i risultati migliori. C’era anche una mia penna regalata da qualche parente, che volevo lasciare lì dentro per non confonderla con quelle di scuola e usarla solo nelle occasioni più speciali. Quando mio padre è mancato mi sono impossessata di quella scatola e ho continuato a metterci dentro oggetti che avevo paura di perdere nel caos del mio disordine. Menzione speciale tra gli oggetti finiti in quella scatola, una musicassetta di successi rock’n roll, contenente Rocking Goose dei Johnny and the Hurricanes, che ascoltavamo in macchina in Sardegna, tanti anni prima; per tutto il pezzo contiene il verso di un’anatra, che a noi sembrava più il verso di una pecora, e che io volevo ascoltare migliaia di volte senza interruzione. E’ un pezzo assurdo, dura meno di due minuti, assolutamente adorabile.

Come quella scatola di sigari, ho usato tante altre scatole per stipare ricordi, biglietti di concerti, lettere, portachiavi, adesivi. Di latta, di plastica, di cartone. Ho in cantina una scatola con i miei tutù di danza, le scarpette con le punte, un quadro coi tacchini regalato del papà di un ex fidanzato, la tuta di Sergio Tacchini che usavo quando giocavo a tennis con mio padre – e giuro che non ho fatto apposta ad accostare i due tacchini –  la maglia degli 883 comprata al mio primo concerto, i ferri da maglia che tante volte ho provato a usare senza successo, i peluche regalati da un compagno delle elementari.

Mi accorgo che i miei oggetti magici sono quelli che mi permettono di viaggiare nel tempo. Quelli che mi riportano a quando ero bambina, che evocano dei ricordi.

La mia bottega è disordinata e piena di scatole,  piene di fogli, di oggetti piccoli, all’apparenza insignificanti. Se qualcuno frugasse nelle mie scatole, forse vedrebbe solo oggetti pronti per il macero o la discarica. Ma sono oggetti che mi hanno fatta volare, sperare, ridere, sognare, piangere, avere voglia di conservarli per ricordare chi ero e quali erano i miei sogni e i miei desideri. Li prendo in mano, li guardo, e loro fanno la loro magia. Mi portano lontano, mi fanno ancora sognare e sorridere.